Voto all'estero: la fine della pacchia

(Milano)ore 19:47:00 del 20/11/2016 - Categoria: Denunce, Esteri, Politica

Voto all'estero: la fine della pacchia

Le operazioni sono cominciate martedì scorso: da quel giorno sono stati affidati gli incarichi per la distribuzione dei plichi elettorali della circoscrizione Estero.

 

Noi italiani a complicare le cose siamo unici. Sicuramente perchè ci sono gli ESPERTI di mezzo è così complessa la procedura di voto. Se ci fosse uno di noi a stabilire come bisogna votare direbbe semplicemente: SI VOTA NEI CONSOLATI E CHI VUOLE VOTARE SI RECA LI E VOTA, fine della pacchia. Ma noi non siamo capaci, ci sono gli esperti a gestire queste cose.I brogli ci saranno sicuro, la posta in gioco è troppo importante. Basterebbe chiedersi, come mai, su un tema costituzonale il paese si sia spaccato in due e il P. d. C., che dovrebbe essere super partes, è impegnato da mesi su tutti i fronti, tenendo il parlamento bloccato?Non so a voi, ma a noi puzza terribilmente di imbroglio. Basterebbe solo questo per votare NO.

C’è chi ha votato in un parcheggio di calle Plaza La Trinitaria, quartiere El Millón, Santo Domingo: lì ha sede la Domex, società di logistica incaricata dall’ambasciata di Panama per la consegna dei plichi elettorali nella Repubblica Dominicana. Non si fidava, il nostro italiano all’estero, di aspettare il materiale a casa. È uno dei 4 milioni di elettori oltre confine chiamato a dire Sì o No al referendum costituzionale. E la sua “ansia da votazione” racconta parecchio di come funziona nella pratica la partecipazione degli italiani iscritti all’Aire.

Le operazioni sono cominciate martedì scorso: da quel giorno sono stati affidati gli incarichi per la distribuzione dei plichi elettorali della circoscrizione Estero. Non si tratta di una faccenda gestita dal Viminale, come succede in Italia: sono ambasciate e consolati (dunque il ministero degli Esteri) a scegliere chi stampa e chi consegna le schede agli elettori. Si tratta di affidamenti diretti, senza bandi di gara: in ogni Paese, i nostri rappresentanti diplomatici decidono tipografi e “postini”. Le stamperie producono il materiale, composto da un certificato elettorale, una scheda, due buste e un foglio informativo. Il tutto, nella stragrande maggioranza dei casi, viaggia per corrispondenza ordinaria: arriva (se arriva) nelle case degli elettori attraverso il sistema postale nazionale o – è il caso del Sudamerica – attraverso corrieri privati, come la Domex di cui sopra.

Una volta espressa la sua preferenza di voto, l’elettore rispedisce il plico, tramite lo stesso canale, al consolato o all’ambasciata di riferimento. Nel caso del referendum costituzionale, la scadenza sono le ore 16 del 1° dicembre. Solo da qui in poi, i plichi viaggiano in “valigia diplomatica”, scortati verso i seggi di scrutinio allestiti a Milano, Palermo e a Castelnuovo di Porto, vicino Roma.

Sia chiaro: anche i passaggi precedenti avvengono sotto l’egida della rete diplomatica nazionale. Eppure, sono gli stessi italiani all’estero ad avere motivi di preoccupazione: “In tutto il mondo si sono riscontrate difficoltà e irregolarità in ogni occasione – spiega il coordinatore del Maie (Movimento associativo italiani all’estero) a Santo Domingo, Flavio Bellinato – Plichi elettorali mai arrivati o arrivati a destinazioni errate, schede elettorali inviate persino a persone decedute”. È lui che, una settimana fa, “non avendo notizie ufficiali”, si è presentato alla sede della Domex per capire se, anche stavolta, il servizio di consegna fosse stato affidato a loro. “Difendi il tuo voto!” è il nome della campagna che sta portando avanti. E a vedere quello che è successo in passato, qualche motivo per cui preoccuparsi ce l’ha. Nel dettaglio, ve lo raccontiamo nella pagina a fianco.

Qui, basti ricordare che nel 2008 vennero ritrovati nei magazzini della Andreani Logistica, a Buenos Aires, 120 mila schede in più rispetto a quelle necessarie per il voto dei nostri connazionali argentini. E che lo stesso anno, al telefono con Marcello Dell’Utri, il faccendiere Aldo Micciché parlava di “voti di ritorno”, dei “certificati” che “ce li votiamo noi” e dei “quaranta o cinquanta certificati” che gli erano arrivati a casa. Per non parlare del falò di schede (“Non avevo vie d’uscita, perché non me li potevano consegnare… di distruggerle, chiaro o no?”) che lo stesso Micciché confessa al collaboratore di Barbara Contini, allora capolista del Pdl a Napoli. Il punto è proprio questo: quante schede stampa ogni tipografia? Quante ne vengono consegnate? Quante tornano indietro inutilizzate?

La Farnesina, per il momento, non fornisce risposte nel dettaglio. Non risulta prevista però la presenza, per esempio, di rappresentanti di lista (in questo caso dei Comitati) durante le operazioni di confezionamento e spedizione. L’allarme riguarda alcuni luoghi in particolare: in Venezuela, per dirne una, le carenze del sistema di toponomastica aumentano la possibilità che il plico non riesca ad essere recapitato. E proprio le schede rimaste senza destinatario sono quelle più a rischio manomissione.

Nella partita, come dicevamo, sta giocando un ruolo attivo il Maie, il movimento guidato dal deputato Ricardo Merlo. Giova alla causa, la varietà di posizioni al suo interno: ufficialmente il Maie vota Sì, nonostante non perda occasione di dire peste e corna del governo che li ha “lasciati soli”. Tra i rappresentanti del Maie, però, ci sono anche sostenitori del No: il vice coordinatore per l’Europa Gian Luigi Ferretti l’altro ieri era a Buenos Aires con il governatore veneto Luca Zaia, in campagna contro le riforme. Idem il canadese Giovanni Rapanà. All’ultimo congresso per il Nord e Centro America, venti giorni fa, si sono portati due politici “italiani”, uno per fronte: il forzista Giacomo Bezzi e il pd Ferdinando Aiello. Lo stesso che la ministra Maria Elena Boschi ha voluto con sé in Argentina.

 

Autore: Samuele

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