Vitalizio ereditario: cosa non ti dicono

(Roma)ore 09:11:00 del 11/06/2016 - Categoria: Denunce, Politica

Vitalizio ereditario: cosa non ti dicono

Un caso emblematico è quello del deputato Luca Boneschi dei Radicali che per aver trascorso ventiquattr’ore alla Camera nel febbraio del 1982 ha avuto la pensione a vita.

E ora: come si fa a cancellare gli intoccabili “diritti acquisiti”? Eresia!, gridano quelli che incassano mensilmente il vitalizio, minacciando una class action contro il Palazzo. Eppure si può. Secondo l’ufficio studi della Camera, sì: «Per quanto concerne i trattamenti peggiorativi con effetto retroattivo», la Consulta ha escluso in linea di principio che sia configurabile «un diritto costituzionalmente garantito alla cristallizzazione normativa». Il Parlamento può intervenire sulle vecchie sacche di privilegi «purché ciò non avvenga in modo irrazionale». Nei cassetti delle Commissioni ci sono un po’ di proposte di legge sul taglio dei vitalizi. Quella a prima firma Matteo Richetti (Pd) dispone, all’articolo 13, la rideterminazione, con il contributivo, «dell’ammontare di tutti gli assegni vitalizi e pensioni attualmente erogate». Il deputato è consapevole che molti ex parlamentari potrebbero ritrovarsi senza nulla. E si passa una mano per la coscienza: il nuovo importo del vitalizio «non può essere inferiore a quello dell’assegno sociale». Cioè, 448,52 euro mensili.

Che fare: i matusa della poltrona hanno un sindacato. Agguerritissimo. Lo presiede l’ex dc Gerardo Bianco, 85 anni e nove legislature alle spalle. Se toccano il vitalizio sono pronti a occupare le Camere, ha annunciato. Eppure lui troverebbe convenienza nel passaggio al sistema contributivo. Le vecchie regole (in vigore fino alla prima riforma del 1996) funzionavano così: vitalizio a tutti, a prescidere dagli anni di permanenza in Parlamento. E subito, appena cessato il mandato. Nel definire l’entità dell’assegno si guardava all’anzianità parlamentare. Ma superati i quindici anni di mandato era uguale per tutti.

Meccanismi del genere hanno portato sperequazioni e sprechi. Che lasceremo in dote ai figli dei nostri figli. Per esempio, negli anni Novanta, a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica, morirono molte carriere politiche, causando una pletora di baby pensionati. È ad esempio il caso di Ilona Staller, deputata con i radicali per soli due anni, dal ’92 al ’94. Da ventidue anni le tocca il vitalizio. «Ma sono solo duemila euro», precisa Cicciolina, «li spendo tutti per pagare le tasse». Altri che hanno piantato le tende in Parlamento per decenni, ed è il caso di Bianco, prendono meno di ciò che gli toccherebbe col sistema contributivo. Nel 1996 il Palazzo è sceso (quasi) sul pianeta Terra: da allora chi ha meno di 65 anni non può prendere il vitalizio (soglia che scende a 60 in caso di più mandati). L’assegno era calcolato con il metodo retributivo, ma legato al numero degli anni di carica. Infine, nel 2012, il passaggio definitivo al sistema contributivo. Ma con un pregresso da mani nei capelli.

I vitalizi dei parlamentari, ovvero la rendita concessa a deputati e senatori al termine del mandato parlamentare, è circa il doppio di quanto hanno versato. Una vera cuccagna che passa di generazione in generazione, a mogli, mariti, figli e fratelli che per decenni vivono con l’assegno dello scomparso. Una rendita che nasce da una contribuzione minima, da una sola legislatura o addirittura da un solo giorno in Parlamento. Un caso emblematico è quello del deputato Luca Boneschi dei Radicali che per aver trascorso ventiquattr’ore alla Camera nel febbraio del 1982 ha avuto la pensione a vita.

E sono dolori. Stando ai dati dell’Inps, recentemente analizzati dal sito lavoce.info, «i vitalizi maturati con le regole vigenti prima del 2012 saranno definitivamente esauriti intorno al 2060». Nell’anno in corso la spesa pensionistica per i politici in quiescenza è di circa duecento milioni di euro. I contributi solo 48 milioni. E nei prossimi anni, la differenza andrà ad allargarsi se non si metterà mano anche ai privilegi ottenuti prima della riforma. Imporre il sistema contributivo a tutti gli ex eletti (parlamentari e consiglieri regionali) comporterebbe un risparmio di 2,3 miliardi di euro. Da qui ai prossimi 44 anni.

Chi non muore si rivede. Il primo del mese, in fila allo sportello della banca. Per riscuotere la pensione. E se c’è una categoria longeva, in Italia, è proprio quella degli ex politici di professione. Sono circa millecinquecento i connazionali che, in una fase vicina o remota della propria vita, hanno posato il loro onorevole e invidiatissimo sedere su uno scranno che contava. Camera, Senato o Consiglio regionale. La carica elettiva dà diritto al vitalizio. Recentemente la disciplina è stata modificata e anche i politici, malvolentieri, si sono imposti il sistema contributivo. Quello che vale per tutti i comuni mortali: pensione proporzionata ai contributi effettivamente versati. Il problema? È che le nuove regole, introdotte alla Camera con due deliberazioni, valgono per gli eletti dopo il 1 gennaio 2012. Per tutti gli altri è rimasto in vigore il vecchio vitalizio.

L’altro buco nero sono le Regioni. Nel 2012 il decreto “salva Italia” abrogò l’istituto degli assegni vitalizi per i consiglieri regionali. Il governo Monti invitò gli enti a mettersi subito in regola, pena la decurtazione dei trasferimenti erariali. Ma sempre facendo salvi i «trattamenti già in erogazione». Nel 2014 un ordine del giorno della Conferenza dei presidenti delle Assemblee regionali ha fissato le nuove regole: vitalizio solo dopo i 65 anni e con cinque di consiliatura. Ma fino a pochi mesi fa si erano adeguati solo Friuli, Lazio, Lombardia, Molise, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige e Veneto. Gli altri?

Autore: Sasha

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