Tecnologia e futuro: i nostri figli dovranno inventarsi un lavoro

(Venezia)ore 16:07:00 del 23/01/2017 - Categoria: , Tecnologia

Tecnologia e futuro: i nostri figli dovranno inventarsi un lavoro

C'è tempo fino al 6 febbraio per farsi un'idea del futuro. Meglio che sia un'idea chiara, il rischio è di mandare allo sbando i nostri figli

C'è tempo fino al 6 febbraio per farsi un'idea del futuro. Meglio che sia un'idea chiara, il rischio è di mandare allo sbando i nostri figli. Mentre si aprono le iscrizioni alle scuole primarie, medie e superiori in Italia, tre le settimane a disposizione, diventa sempre più difficile capire il senso della parola "formazione" e immaginare quello che potrebbe avere nei prossimi anni. L'importante quindi è mantenere la calma: con buona probabilità la scelta che faremo sarà quella sbagliata. Qualcuno si consola rifugandosi nel passato. Davanti ad un liceo romano che ha fatto del rigore il suo marchio di fabbrica, un genitore soddisfatto nota come lì "i ragazzi li facciano studiare come ai vecchi tempi". Un altro scuote la testa: "È questo il problema: li fanno studiare come quaranta anni fa. E a loro non servirà a nulla se non a bruciargli la giovinezza a forza di compiti".

Ha ragione: oltre la metà dei lavori che verranno svolti fra venti anni devono ancora essere inventati, nel frattempo la metà di quelli che conosciamo verrà automatizzata. Non è una bella prospettiva e il metodo usato quaranta anni fa non è una strada sensata. Pensate: se nei passati cinquanta anni ad un aumento del prodotto interno lordo del 1,7 per cento è corrisposta una crescita dell'occupazione di pari livello, nei prossimi cinquanta avendo la medesima crescita si avrà un misero più 0,1 di occupazione proprio a causa dell'automazione. Sta per cambiare tutto.

L'impatto dell'automazione. In Europa la rivoluzione tecnologica avrà un impatto tangibile su 54 milioni di persone fra Francia, Germania, Spagna, Inghilterra e Italia stando alla Oxford Economic. In Cina si arriva a 394 milioni, in India a 233. Se lo chiedete agli esperti della Silicon Valley, la risposta più frequente che vi daranno di questi tempi è di non prendere la patente C da camionista. La categoria verrà presto soppiantata dai veicoli a guida autonoma. Peccato che analizzare i big data o mettersi a programmare, professioni altamente specializzate e oggi tanto richieste, possono dare qualche garanzia solo nell'immediato. Se la rivoluzione dell'intelligenza artificiale manterrà le sue promesse, né loro né gli avvocati o i radiologi saranno al riparo. Watson della Ibm esegue diagnosi in un ospedale in Germania. E non si tratta di una trovata pubblicitaria. In un mondo dai ritmi accelerati, dove le macchine apprendono da sole, le professioni verranno create e soppresse a ciclo continuo. E allora cosa far studiare a chi entra a scuola oggi è un quesito che non ha una risposta se si vuole andare sul sicuro.

Imparare un metodo che non sia il solito metodo. "Niente panico. Imparare bene a scrivere e parlare la propria lunga e almeno una straniera, oltre alla scienza, storia e matematica servirà sempre", racconta Salvatore Giuliano (si chiama così, non è uno pseudonimo) dirigente del Majorana di Brindisi, istituto pubblico dove i testi sono digitali e condivisi e le classi hanno perduto le pareti aprendosi al mondo. "Lo sforzo vero va fatto sul metodo: lavorare in gruppo, far circolare le idee, sperimentare. Come avviene nel mondo del lavoro che funziona. E incoraggiare il "pensiero divergente": la scuola e la società italiana insegnano a rispondere in un solo modo ad una domanda, quando invece le risposte possibili sono sempre molte di più". Poi però quando gli chiediamo se ersiste un metro, una classifica, uno strumento per capire se una scuola ha la mentalità aperta o meno, ammette che non c'è. Ognuno va un po' per la sua direzione. L'unica è andare a vedere di persona. Si può, anzi si deve, visitare prima il sito web della scuola. Ma non è detto che sia specchio fedele. Alcuni licei romani sfoggiano grafica all'ultimo grido e sbandierano corsi di inglese con certificato Cambridge Igcse (utile, è riconosciuto ovunque) e di programmazione (utile, ma se fatto bene), altri sembrano essere rimasti ai tardi anni Novanta, quando Yahoo! era un colosso.

Gli open day. All'atto pratico non resta che frequentare gli "open day" delle medie e dei licei, quando vengono aperte le porte ai genitori, cercando di non farsi abbindolare da una vetrina che come vetrina è stata pensata e non è detto rifletta pienamente la realtà delle cose. Ma è anche possibile chiedere di assistere a delle lezioni normali come ospiti. Non tutte le scuole lo permettono, altre invece non hanno mai ricevuto richieste del genere e magari sono disposte a pensarci. Che serva un percorso altro è chiaro a tutti. O meglio, a molti. Un indicatori sono le oltre 80 mila condivisioni di questo articolo su una scuola a Torino dove non vengono assegnati compiti. Si chiama La Scuola Possibile ed è stata fondata partendo dal principio che tempo dello studio e tempo della famiglia e del divertimento vadano separati. Utopia? Forse. In Finlandia fanno alla stessa maniera. Sono al secodno posto nel Programme for International Student Assessment (Pisa), indagine internazionale promossa dall'Ocse per valutare il livello di istruzione degli studenti. Noi non compariamo nelle prime venti posizioni..  

Quali posti di lavoro avremo domani. Tornando ai numeri il European Centre for the Development of Vocational training (Cedefop) dell'Unione europea, sostiene che da qui al 2025 delle 107 milioni di opportunità di lavoro, circa 46 milioni saranno lavori altamente qualificati, dunque con una preparazione alle spalle che è di livello universitario o fortemente specializzata. Seguiti da 43 milioni di lavori mediamente qualificati. Solo 10 milioni saranno quelli per i quali non serve una particolare preparazione. E negli Stati Uniti la musica è la stessa. Imparare a confezionare un video quindi può tornare anche utile. I video già ora rappresentano il 55 per cento del traffico dati da mobile. E nessuno prevede una diminuzione ma anzi, un aumento esponenziale. Ma il punto vero è un altro: i nostri ragazzi dovranno essere specializzati ma non sappiamo ancora esattamente in cosa. Quindi tutti puntano all'attitudine di base e al metodo perché l'unica salvezza è saper imparare di continuo. E non certo attraverso corsi aziendali per l'aggiornamento, ma sul campo perché i contratti a tempo indeterminato sono anche quelli in via di estinzione.  

Imparare a cambiare e a cambiare sempre. "Torniamo sempre al solito punto: non sappiano cosa servirà domani con esattezza", racconta Riccardo Donadon, fondatore a Venezia di quella strana realtà chiamata H-farm che dalle startup e dall'innovazione per le aziende ora è passata alla formazione di studenti fra i sei e i 17 anni. "La scuola deve essere divertente. Se tutto cambia, l'unica è divertirsi a imparare. Imparare in forma continua. Puntando sulla tecnologia e allo stesso tempo sulla parte umanistica. La sbornia da digitale è controproducente senza questa base di fondo".

A Fabrica, che sorge poco distante e che da anni sforna talenti legati alla comunicazione e alla creatività di livello internazionale, la pensano allo stesso modo. "La curiosità", spiega Carlo Tunoli, che dirige l'istituto. "Se devo pensare a qualcosa che va salvaguardato e stimolato come elemento base nella formazione è proprio la curiosità. Non conosco nulla di meglio. La parte tecnico-scientifica ha un ruolo di grande impatto e lo avrà in futuro. Ma io personalmente non sottovaluterei la filosofia. Apre la mente e ti prepara all'inaspettato. Che è poi l'unica vera arma che i nostri figli devono saper maneggiare".

Ecco: prepararsi all'inaspettato, assumere le basi, frequentare una scuola dove l'apprendere sia divertimento. Incrociando le dita e sperando che tutto vada per il meglio e che gli errori che faremo come genitori non siano poi così gravi.

Da: qui

Autore: Carmine

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