Supereroi: miti o uomini?

(Cosenza)ore 20:19:00 del 04/12/2016 - Categoria: , Cultura, Curiosità

Supereroi: miti o uomini?

All’inizio c’erano gli eroi mitologici dell’Antica Grecia a rappresentare le virtù: Ercole per la forza, Achille per il coraggio, Ulisse per l’astuzia, ecc. Erano loro, assieme alle divinità, ad ispirare le azioni degli uomin

All’inizio c’erano gli eroi mitologici dell’Antica Grecia a rappresentare le virtù: Ercole per la forza, Achille per il coraggio, Ulisse per l’astuzia, ecc. Erano loro, assieme alle divinità, ad ispirare le azioni degli uomini. Con il passare dei secoli il loro ricordo sbiadisce e l’epoca moderna, a cominciare dagli anni Trenta, fornisce nuovi personaggi più in linea con i tempi: Superman era forte come Ercole e invulnerabile come Achille; Batman era l’apice della perfezione fisica umana e la sua intelligenza ne faceva un novello Ulisse; Wonder Woman incarnava le potenzialità insite nelle donne; Flash era veloce come Mercurio se non di più; Capitan America incarnava lo spirito di un’intera nazione, gli Stati Uniti. Una nuova schiera di eroi aveva preso il posto dei vecchi e nemmeno i “supereroi con superproblemi” della Marvel (1963), più umani rispetto a quelli della Golden Age, intaccò l’aura mitica, anzi: ne fornì di nuovi modelli grazie all’Uomo Ragno (in cui i ragazzi potevano ritrovarsi) o ad Iron Man (simbolo della tecnologia); lo stesso Capitan America viene rivitalizzato, facendone il confine tra due epoche: l’una più semplice e l’altra non così chiara. La fine degli anni ’60 e gli anni ’70 videro i supereroi confrontarsi con i cambiamenti sociali: opera simbolo il “Green Arrow & Green Lantern” di Denny O’Neil e Neal Adams, dove venivano affrontati temi come il razzismo, il degrado sociale e la droga. A questo va aggiunto il ciclo di storie di Capitan America scritto da Steve Englehart, dove lo Scudiero a Stelle e Strisce si confronta con l’Impero Segreto (da “Capitan America 169” del gennaio 1974, a “Capitan America 176” dell’agosto 1974) e, dopo aver visto fino a che punto arriva la corruzione in America, prende la decisione di abbandonare il suo ruolo e diventare Nomad, l’uomo senza una patria (ma sarà temporaneo). Il mito iniziava a farsi umano, a traballare, ma la spinta finale sarebbe venuta con due opere simbolo: “Watchmen” di Alan Moore e “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro” di Frank Miller (entrambi datati 1986). In Watchmen gli eroi vengono totalmente spogliati dalle apparenze e mostrati nelle loro debolezze e fragilità: Owlman è un eroe ritiratosi ma nostalgico dei vecchi tempi, nemmeno più capace di eccitarsi senza il costume; Il Comico è un eroe reazionario, che ha capito l’inutilità di mettersi una maschera e agisce di conseguenza,lavorando per il governo e uccidendo (nella realtà del fumetto) sia Kennedy che Bernstein e Woodward; il Dottor Manhattan è l’uomo più potente del pianeta ma ha perso il contatto emotivo con ciò che lo circonda; Ozymandias è l’uomo più intelligente del mondo, ma anche un machiavellico psicopatico; Rorschach, infine, è un vigilante che non si ferma davanti a niente e non scende a compromessi, completamente pazzo.

Tutti sono raffigurazioni del pensiero di Moore, ovvero che “i supereroi sono risposte semplici a problemi complessi”. Ne “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro” assistiamo al ritorno sulla breccia di Batman: dopo la morte di Jason Todd (il secondo Robin) per mano del Joker, Bruce Wayne si è ritirato; purtroppo, senza di lui crimini e violenza sono andati fuori controllo, e anche chi dice di agire in suo nome in realtà è parte del problema. Quando il richiamo del Pipistrello si fa troppo forte, Wayne decide di ritornare a vestire il Manto. Ma è un Batman che, seppure ancora duro, è anche vecchio e stanco, senza Alfred e buona parte dei vecchi “giocattoli” e con una nuova Robin (Kerry Kelly). Il tutto, dopo una lunga scia di sangue e violenza, si concluderà con l’omicidio del Joker e lo scontro con Superman, ormai un burattino della Casa Bianca: alla fine, il cavaliere oscuro sembra morire, ma è solo un espediente per risorgere a nuova vita. Grazie all’opera di Moore e Miller verrà avviato un filone di “decostruzione” del mito del supereroe, con gli eroi in costume che saranno riportati alla realtà della gente comune: alcune opere saranno meritevoli, come “Kingdom Come” di Mark Waid e Alex Ross (dove Superman e soci, dopo aver sfiorato l’Apocalisse, capiranno che non bisogna ergersi al di sopra dell’umanità ma lavorare con essa), oppure il ciclo dell’Uomo Ragno di J. M. DeMatteis (con un Ragno sempre più cupo, alle prese con la violenza sulle strade ed il serial killer Mangiapeccati), altre meno.

Il “decostruzionismo” (o “revisionismo” che dir si voglia) giungerà al suo apice e alla sua contemporanea fine con opere come “Rising Stars” di Jean Michael Strackzinsky (sulle vicissitudini di 113 ragazzi di una cittadina dell’Illinois che ricevono superpoteri dopo la caduta di un meteorite) e soprattutto “The Authority” di Warren Ellis: quest’ultima vede le avventure di un gruppo disfunzionale di eroi insieme per salvare il mondo. Che il mondo lo voglia o meno e operando al di fuori di qualsiasi governo, liberi da vincoli o regole. Apollo e Midnighter sono gli epigoni gay e violenti di Superman e Batman; Doctor è un (forse ex) eroinomane olandese “nuovo sciamano della civiltà globale”; Engeneer e Jack Hawksmoor sono più “Iron” di Iron Man visto che l’una è rivestita di metallo liquido e può creare qualsiasi arma o sistema, mentre l’altro è tecnologicamente modificato per essere connesso alle città;; li guida Jenny Sparks: inglese, un caratteraccio, alcolizzata o quasi, la cui vita è iniziata all’alba del XX secolo e finirà al suo tramonto. Se però l’Authority di Ellis è decisamente affascinante e sopra le righe, il ciclo del suo successore Mark Millar le righe non le vede nemmeno: privo della defunta Jenny, Authority decide di intervenire ancora di più nel mondo facendo quello che i “normali” supereroi non fanno perché troppo impegnati a mantenere lo status quo, magari senza i soliti clichè. Tuttavia, il post- 11 settembre costringerà a far finire tutto in fretta e furia in nome del politically correct. Millar, però, darà ancora il suo contributo scrivendo “Ultimates”, ovvero la versione aggiornata dei Vendicatori della Marvel per la linea ultimate della Casa delle Idee: gli eroi che proporrà, con successo di pubblico e critica, saranno ancora una volta sopra le righe, più da manicomio che adatti a proteggere il mondo. Eppure, secondo il mio modesto parere, incredibilmente veri e reali.

Purtroppo c’è una parte di fans che vede il “decostruzionismo” come una piaga che ha distorto il ruolo del supereroe, che dovrebbe essere quello di esempio da seguire per tutti e a cui ispirarsi… Ora, pur nel rispetto della loro opinione (in parte condivisibile), trovo che commettano un enorme sbaglio: vero che gli eroi dovrebbero essere un esempio, ma con l’andare del tempo hanno perso smalto rimanendo ancorati ai soliti clichè. Alcuni possono obbiettare che il “decostruzionismo” è stato un fenomeno fine a sé stesso che non ha offerto altri spunti: a costoro rispondo e risponderò che invece è stato proprio il suo voler far scendere l’eroe dal piedistallo il risultato maggiore, e che di spunti ne sono stati offerti ma o non sono stati colti, oppure non sono stati sfruttati appieno. Oltre al solito politically correct post- Torri Gemelle ci sono anche i cinecomics: premettendo che COMUNQUE adoro il genere (se ben fatto), sembra che invece di trainare i fumetti di supereroi siano da essi trainati. Capisco che coloro che li vedono al cinema vogliano (eventualmente ma non è detto) ritrovarli sulla carta, ma è anche vero che ormai sono PERSONE con una loro storia e meritano rispetto. Sono stati Stan Lee per primo e il “decostruzionismo” poi a renderli vivi.

Autore: Luigi

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