Monte dei Paschi: gli italiani pagano ancora

(Bologna)ore 22:14:00 del 12/12/2016 - Categoria: , Cronaca, Denunce, Economia

Monte dei Paschi: gli italiani pagano ancora

Un dettaglio inedito lo rivela: già a giugno i tecnici al lavoro con l’allora ad Mps Fabrizio Viola avevano trovato i compromessi politico-istituzionali per accedere alla “ricapitalizzazione precauzionale” prevista dalla direttiva Ue sui salvataggi con fo

Continuano a chiamarle Banche, le cronache ci evidenziano un sistema senza controllo dove si sono Arricchiti Manager Politici ed Parentele ed oggi ci fanno pagare anche gli Esuberi, per loro troveranno certamente i denari ma non li trovano x rendere il denari ai Cittadini Truffati, forse non ci rendiamo conto quanti Milioni di cittadini sono ancora dentro il sistema Risparmio anche Gestito.

DI NOTTE, COME I LADRI, UN NUOVO SCANDALOSO REGALO ALLE BANCHE, NONOSTANTE SIA DIMISSIONARIO: NUOVA FREGATURA PER GLI ITALIANI?

PRONTO ENNESIMO DECRETO SALVABANCHE: QUESTA VOLTA TOCCA A MONTEPASCHI E POPOLARI VENETE – UN BANCHIERE SUSSURRA: “L’INTERVENTO PUBBLICO FINORA BLOCCATO DA RENZI E BOSCHI” – MA PUO’ UN GOVERNO IN CARICA PER ORDINARIA AMMINISTRAZIONE VARARE UN PROVVEDIMENTO DEL GENERE? – OGGI BCE DECIDE PROROGA TERMINI MPS

La Bce deciderà oggi se concedere al Mps i 20 giorni in più che la banca ha chiesto per completare il piano di salvataggio da 5 miliardi sul mercato. Ma l’aria che tira non è buona: dal board del “Meccanismo unico di vigilanza” nessuno attende clemenza particolare. Così al ministero del Tesoro si sta ultimando il decreto legge che chiamano omnibus.

Lo scrivono i tecnici di Pier Carlo Padoan con quelli di Bankitalia, per sistemare alcune partite di vitale impatto per il risparmio nazionale: dal rafforzamento patrimoniale chiesto dalla Bce alla banca senese alla riscrittura della riforma sulle popolari, stroncata dal Consiglio di Stato per sospetta incostituzionalità sul diritto di recesso ai soci contrari (altrimenti le assemblea di trasformazione in spa di Popolare Bari e Sondrio sono a rischio); dall’annosa sistemazione dei crediti fiscali differiti che penalizza alcuni istituti (e complica la ricapitalizzazione di Mps e di Unicredit) alla rateizzazione dei 2 miliardi da versare al Fondo di risoluzione, che se pagati tutti subito manderebbero in rosso i bilanci 2016 di diverse banche.

C’è molta carne al fuoco. Il governo pensava tuttavia di avere tempo per emendare la legge di spesa nel suo passaggio al Senato. L’esito del referendum ha precipitato tempi ed eventi, e si è dovuta approvare la finanziaria in giornata. Per giunta il dossier bancario più caldo del paese, la cui risoluzione da sei mesi il governo di Matteo Renzi caparbiamente affidava a consulenti e investitori privati – Jp Morgan su tutti – si sta rivelando impraticabile proprio a causa del venir meno del suo primo sponsor: il politico che – come più parlamentari, banchieri e consulenti raccontano in privato – anche nei momenti più critici ha rifiutato l’ipotesi di salvare con denaro pubblico una banca politicamente sensibile come quella di Siena.

Un dettaglio inedito lo rivela: già a giugno i tecnici al lavoro con l’allora ad Mps Fabrizio Viola avevano trovato i compromessi politico-istituzionali per accedere alla “ricapitalizzazione precauzionale” prevista dalla direttiva Ue sui salvataggi con fondi privati (bail in) senza azzerare l’investimento di obbligazionisti e correntisti ricchi della banca, ma solo con parziale coinvolgimento dei bond subordinati, più rischiosi e riservati ai professionisti. Avendoli i senesi venduti ai correntisti, per ben 2 miliardi, s’era perfino ottenuta una deroga su quei titoli mal collocati, e per i quali anche adesso il Tesoro cerca forme di ristoro che minimizzino l’impatto socio-politico sui 40mila portatori (le elezioni sono pur sempre in agenda), senza incorrere negli gli aiuti di Stato. Renzi si è sempre opposto, per evitare le ricadute politiche in vista del referendum. Già aveva preso diversi provvedimenti per favorire la gestione della crisi degli istituti; il più estremo se lo voleva risparmiare, temendo possibili strumentalizzazioni circa favori alla banca che fu del Pd.

Un perfido regista ha scritto un altro copione, e ora la strada che apre alla nazionalizzazione è vista quasi come un sollievo, e più praticabile proprio per la caduta di Renzi. Forse già domani in un Consiglio dei ministri, per cui si sta in allerta. Al più tardi entro lunedì, quando riaprono mercati e banche, e sarà il caso di fornire un percorso retto per mettere al riparo non solo il Monte, ma in prospettiva tutti gli altri vasi di coccio del credito, a partire dalle quattro good bank e dalle due ex popolari di Vicenza e Veneto Banca che tentano una difficile fusione. Basterà chiedere l’aiuto di Stato e pagare il pegno relativo sui bond.

«Qualcuno si è chiesto perché dopo mesi di trattative stavolta il decreto si fa in pochi giorni? La risposta è che era già scritto da sei mesi, ma Renzi e la Boschi lo bloccavano», confida un banchiere. Ricostruzioni che il Tesoro non accredita, ma rassicura sul fatto che si è pronti a misure urgenti.

Le modalità tecniche con cui il governo scioglierà gli ultimi nodi bancari sono in rifinitura. Il punto cardine collega alle norme italiane dell’art. 32 della Brrd sulla ricapitalizzazione precauzionale pubblica, prevista in caso di bocciatura agli stress test (caso di Mps) e per cui lo Stato subentra al consorzio bancario nel garantire la ricapitalizzazione, che comunque andrebbe fatta sul mercato. Anche la vendita dei cattivi crediti Mps in rifinitura resta in agenda: con garanzie statali e Atlante compratore.

Autore: Samuele

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