Lavoro, cosa sapere

(Milano)ore 20:31:00 del 03/12/2016 - Categoria: , Denunce, Lavoro

Lavoro, cosa sapere

Due notizie, entrambe provenienti dalla Germania, hanno colpito nei giorni scorsi la mia attenzione.

E’ il paese in cui il ministro del Lavoro se ne sta paciosamente al suo posto, anche dopo essere stato fotografato a cena con alcuni esponenti del malaffare capitolino.

È il paese in cui i nostri workshop, nei quali forniamo strumenti e prospettive concrete per mollare il lavoro, fanno il sold-out, nonostante una disoccupazione giovanile del 40%. Potete ignorarlo, ma questo è un fatto. Sono cervelli che non fuggono, questi. Cervelli che, pur inascoltati, urlano silenziosi che l’Italia è diventata una Repubblica sfondata dal lavoro. Della Costituzione, riformassero piuttosto l’Articolo 1…

E’ diventata il paese in cui, come solo ieri mi è capitato di sentire in radio, due dj di una qualsiasi emittente nazionale ironizzavano con disinvolta leggerezza sul fatto che gli stagisti e i neolaureati di oggi dovrebbero… pagare per il solo privilegio di poter imparare un mestiere. Chiaro? Riformulo: nella comunicazione mainstream, il lazzo ha sostituito l’indignazione. Con buona pace di Gramsci, quando diceva che bisogna sì educare il proletariato, ma bisognerebbe anche imbavagliare le sirene.

Li chiamano neet. Li chiamano scoraggiati. Una volta li chiamavano bamboccioni e choosy. Per mettere ordine terminologico, li chiameranno sempre più spesso poveri. Perché ai poveri, in base alla perversa mentalità della crescita ad ogni costo, non si può ovviamente perdonare la loro colpevole condizione. Perché è ovvio: chi non sbava o non sgomita per la carriera e il successo monetario, nel loro osceno palcoscenico darwinista, non è degno di attenzione (guardate l’aria sprezzante di questa deputata per rendervi conto di cosa stiamo parlando). Ed è inoltre curioso come stiano fioccando “studi” volti a enfatizzare la minacciosa correlazione che esisterebbe tra il livello di reddito delle persone e le loro capacità cognitive o le loro condizioni di salute. Sembra quasi che, di fronte alla progressiva emancipazione delle nuove generazioni dal dogma neoliberista del “vivere per lavorare per accumulare”, ci sia una generale levata di scudi contro le deviazioni dalla “retta via”, quella che invece correla – senza però mai dirlo – l’essere con l’avere. Non si rendono tuttavia conto che però, vuoi per il progresso tecnologico o vuoi per la provvidenziale saturazione della domanda aggregata (non abbiamo più bisogno di nulla perché abbiamo già tutto: ficcatevelo nella zucca!), il giochino si è fortunatamente inceppato. Ed è così che, adesso, l’aspirapolvere porta a porta dovrete andarlo a vendere a Flavio Briatore. Auguri.

L’Italia è diventata questa.

E’ il paese che, a colpi di riforme sulla porta del bagno, come un novello Jack Nicholson atterrisce la qualità didattica, perché perfettamente consapevole di come proprio la scuola sia il terreno più strategico per disinnescare sul nascere possibili focolai di dissidenza contro la dittatura dell’homo oeconomicus.

Dovrebbero esistere regole che pongono limiti a ciò che le aziende possono richiedere; per questo i lavoratori o aspiranti tali non dovrebbero, per competere tra loro, accettare qualsiasi condizione. Poi, chiaramente, esistono occupazioni nelle quali l'orario può essere ridotto e altre nelle quali non è possibile farlo. L'importante sarebbe poter scegliere personalmente tra tali diversi tipi di mestiere.
L'alternativa è che tante persone continuino a logorare le giornate in lavori che non amano per nulla, per rifornirsi - o rifornire chi guadagna più di loro - di una quantità di beni il cui principale fascino risiede spesso nella novità, in una momentanea eccitazione

Ma non ditelo ai Poletti, non ditelo ai Renzi e non ditelo soprattutto alle greggi di “economisti” che trotterellano intorno ai pifferai del Pil. Non raccontatelo a tutti quei giullari di corte che ancora oggi blaterano le solite, polverose litanie sulla crescita economica che potrà soltanto passare da una ripresa dei consumi. Ma consumare che cosa? Per quale scopo? Attraverso quali forme di lavoro? No: di simili (e vitali) interrogativi questi manco si preoccupano: come lemming impazziti e lanciati verso il baratro, ripetono le loro ridicole litanie vetero-industriali, infarcite di slogan, di ponti e di finte scaramucce in nome di un piuzerovirgola, mentre là fuori migliaia di persone stanno finalmente svegliandosi dal plurisecolare letargo consumistico in cui erano stati tenute.

E’ il paese che dichiara di preferire i portafogli ai cervelli, nel momento in cui il Ministero dello Sviluppo Economico, per attrarne i capitali, ostenta agli investitori stranieri una brochure in cui si rivendicano livelli retributivi inferiori a quelli della media europea.

Due notizie, entrambe provenienti dalla Germania, hanno colpito nei giorni scorsi la mia attenzione. La prima riguarda la ristrutturazione di Commerzbank, il colosso bancario tedesco che nel recente piano di sviluppo ha dichiarato di volersi disfare nei prossimi anni di 9.000 dipendenti. La seconda, naturalmente ignorata dalla stampa specialistica, riguarda la nascita a Berlino del primo centro per il rifiuto della carriera. Anche in Germania dunque si afferma in modo organizzato il principio del downshifting: scalare marcia, recuperare tempo e, con esso, vita. Vita vera. Anche nella efficientissima locomotiva d’Europa, se da un lato si finge preoccupazione per quelli che dal convoglio dovranno scendere, dall’altro lato emerge la spinta dei molti passeggeri che, udite udite, vogliono scendere.

Autore: Samuele

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