La trasformazione di Palazzo Chigi in Palazzo Vecchio

MILANO ore 07:20:00 del 20/04/2016 - Categoria: Denunce, Politica - Renzi piglia tutto

La trasformazione di Palazzo Chigi in Palazzo Vecchio

“Ma siete tutti fiorentini!” o anche “ma siete tutti toscani!”, dunque, è il lamento con tanto di sospiro che si sente ogni volta un fiorentino come me apre bocca in qualunque contesto romano

Un altro socio fondatore con Carrai della Cys4, Leonardo Bellodi, ex potente capo delle relazioni istituzionali dell’Eni quando a regnare era Paolo Scaroni, sta assumendo un ruolo chiave nelle partite mediterranee più complesse: l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto e soprattutto la Libia. Nell’Azione parallela Bellodi è l’uomo di cerniera tra il vecchio clan di Scaroni e il nuovo corso renziano: un ministro degli Esteri-ombra. E infatti di lui si parla come ambasciatore italiano in Libia. Mentre salgono le quotazioni di due uomini con le stellette. Giovanni Nistri, generale dei carabinieri che ha appena lasciato la guida del progetto Pompei per tornare nell’Arma: era il comandante provinciale di Firenze tra il 2003 e il 2006, quando Renzi fu eletto presidente della Provincia, il primo incarico politico. Oggi è molto ascoltato, più sulla tutela dei beni culturali che sulla sicurezza. Paolo Poletti, generale della Guardia di Finanza, numero due dell’Aisi, molto legato a Minniti, offre le sue competenze in materia economico-finanziaria anche al cerchio magico.

Nel primo passaggio a Palazzo Chigi ha curato il Jobs act, ora ritorna nella cabina di regia di cui fanno parte ildeputato Yoram Gutgeld, con il compito di supervisionare la spending review, incarico che gli consente di entrare nella vita dei ministeri-chiave, dall’Interno alla Difesa alla Salute, e i professori Marco Simoni, ex candidato alla Camera di Scelta Civica, e Luigi Marattin, classe 1979, ex assessore al Bilancio del comune di Ferrara, esperto di finanza pubblica.

E’ arrivato, dunque, il giglio magico, degno successore della Corte di Arcore, del tortellino magico, del cerchio magico bossiano e di tutti i migliori clan della storia repubblicana, quello con i soliti Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi, che reggono i petali del fiore e custodiscono il pensiero autentico del renzismo, e con tutti gli altri a fare da contorno. Una generazione di consiglieri comunali, assessori, politici di provincia – detto in senso tecnico e non deteriore; da lì vengono e lo rivendicano, e non si può capire il renzismo senza la provincia – che si sono trovati dentro il Palazzo dopo aver assaltato e sconfitto la vecchia dirigenza.

Poi c’è lei, la sceriffa, Antonella Manzione, un tempo famosa per aver presentato l’esposto contro l’ex sindaco italoforzuto di Pietrasanta Massimo Mallegni che dette il via alla sarabanda di indagini e inchieste che poi si risolsero nel nulla (Mallegni fu assolto). Oggi dirige il Dipartimento affari giuridici e legislativi a Chigi ed è stata comandante dei vigili urbani di Firenze nonché direttore generale di Palazzo Vecchio. In Versilia, dove ha studiato, ci sono compagni di scuola che se la ricordano parecchio cattiva. E’ sorella di Domenico Manzione, sottosegretario all’Interno già nel governo Letta (fu scelto “in quota renziana”, come disse lui in un’intervista a Report, in tempi peraltro in cui l’allora sindaco di Firenze spiegava che i renziani non esistono e casomai ci sono i “noistessiani” (e poi riconfermato da Renzi). Manzione, a Lucca, era il sostituto procuratore di Giuseppe Quattrocchi, già capo della procura di Firenze, con cui Renzi da sindaco aveva un rapporto molto stretto; oggi è consulente di Nardella. Vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio è Raffaele Tiscar, che ha fatto il consigliere comunale e l’assessore in quota Dc nel capoluogo toscano, prima di sbarcare in Lombardia, dove fra le altre cose è stato anche direttore generale delle reti e dei servizi di pubblica utilità della Regione.

Schiaffo più feroce non poteva esserci, nell’Italia romanocentrica e milanocentrica, per la quale tutto il resto è provincia e non vale la pena dedicarci la giusta attenzione, che l’arrivo al potere dei barbari, baricchianamente parlando, dei mutanti che hanno messo le branchie per respirare meglio una volta immersi nella italica palude. Ma sì, l’arrivo di “quelli di Firenze”, laddove Firenze è un concetto geopolitico, ancor prima che strettamente municipale, e capiamo che per qualcuno possa essere anche estensivo: lo diciamo a beneficio di quelli che confondono i livornesi  con noialtri gigliati, vedi Maurizio Crozza che all’inizio imitava Renzi con la cadenza di Bobo Rondelli. “Ma siete tutti fiorentini!” o anche “ma siete tutti toscani!”, dunque, è il lamento con tanto di sospiro che si sente ogni volta un fiorentino come me apre bocca in qualunque contesto romano. Nell’immaginario pop i fiorentini sono sempre quelli che fanno sganasciare dalle risate, con i Panariello, i Carlo Conti, i Pieraccioni, i Benigni (anche se lui è cresciuto a Vergaio, Prato, cittadina che si crede capoluogo di provincia, e lo è voluta diventare a tutti i costi, quando in realtà è una succursale di Firenze, ma guai a dirlo eh), ma al netto di secoli di storia e letteratura e arte mancava quella gravitas che viene dal potere contemporaneo. Ora, noi fioretinini, facciamo sempre sganasciare, ché quando si va in tv si pare tutti usciti dal Ciclone, ma fra una risata e l’altra e con una copia del “Principe” in mano, ci sono un bel po’ di fiorentini – veri o adottati; siamo sempre generosi con i forestieri che vogliono sciacquarsi in Arno – partiti dalla città dove il sì suona per arrivare in quella dove raddoppiano le consonanti e daje di qua, daje di là e dove è tutto un “accollo”.

L’ultimo ingresso è quello di Tommaso Nannicini, Renzi ne ha annunciato la nomina a sottosegretario alla presidenza del Consiglio, era già nella squadra governativa nel dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica. Quarantenne professore di economia politica alla Bocconi, toscano doc, nato a Montevarchi nell’aretino, figlio d’arte (il padre Rolando è stato deputato dei Ds e del Pd), si è avvicinato al premier durante la campagna per le primarie nel 2012, quell’anno intervenne alla Leopolda e non si è più separato dal leader.

Trenta-quarantenni che costituiscono la componente meno moderata della loro generazione, perché l’altra, quella dei girondini alla Enrico Letta, stava lì ad aspettare. I girondini sono quelli che hanno aspettato con pazienza, scrive nel suo ultimo libro Giuliano da Empoli, consigliere politico di Renzi, suo ex assessore ai tempi della giunta fiorentina, oggi presidente del Gabinetto Vieusseux, “che arrivasse il loro turno, quelli che in fondo la rivoluzione non l’hanno mai voluta perché sapevano che prima o poi la chiamata dall’alto sarebbe arrivata. Sono garbati e, in alcuni casi, competenti. La massima trasgressione, per loro, è una partita a Subbuteo a mezzanotte. Hanno sopportato anni di noia e di attesa, a inseguire maestri che non se li filavano, a farsi crescere la barba e a indossare occhialini rettangolari per darsi un tono” (‘La prova del potere’, Mondadori).

Le segreterie di Palazzo Chigi si sono dunque riempite: è arrivato il paparazzo Tiberio Barchielli, direttamente da Rignano sull’Arno, titolare del sito Gossip Blitz, dove al posto dei pixel si contano le tette per centimetro quadrato, nelle vesti di fotografo ufficiale. Mentre Filippo Sensi aka Nomfup, il portavoce, spara foto ritoccate su Instagram perché la prima regola di ogni perfetto obamiano è che il candidato deve essere dappertutto, in ogni luogo, lago e in ogni social media. Mentre l’altro, il Barchielli, fa le foto istituzionali: i colloqui con Tsipras, l’abbraccio con Hollande, la visita per commemorare Boris Nemtsov. E’ arrivato Franco Bellacci, “Franchino”, il tuttofare che accompagna Renzi dai tempi della provincia; quello che organizza il lavoro dietro le quinte della Leopolda, mette i video, mette le canzoncine pop scelte insieme a Veronique Orofino, gestisce l’account Twitter e Facebook del presidente del Consiglio (twitta per sbaglio anche al posto suo, com’è successo durante un partita di calcio). E’ arrivata Eleonora Chierichetti, storica segretaria di Renzi – storica nonostante la giovane età: è del 1982 – che segue il presidente del Consiglio da quando era presidente della Provincia di Firenze. Solo che stavolta non lavora direttamente con lui, ma con Lotti, il braccio ambidestro di Renzi, l’unico autorizzato a parlare in nome del capo, l’unico che se-parla-è-come-se-parlasse-Lui. E a Palazzo Chigi, se Delrio farà un passo verso il ministero, a parlare, oltre a Renzi, sarà solo lui. E ancora. C’è Pilade Cantini, comunista romantico, ex assessore di Rifondazione Comunista negli anni Novanta a San Miniato, la cittadina di cui è originario, in provincia di Pisa, addetto alla corrispondenza con i cittadini per conto del premier e in libreria con un volume il cui titolo dice già parecchio sull’autore: “Piazza rossa. La provincia toscana ai tempi dell’Urss”. E ancora, in quota segreterie e segrete stanze: Francesca Grifoni, nell’ufficio stampa del presidente, ex Florence Multimedia, la tv di stato, pardon di provincia, creata da Renzi quando era a Palazzo Medici Riccardi.Giovanni Palumbo, già capo di gabinetto a Firenze, oggi capo della segreteria tecnica a Palazzo Chigi. Luca Di Bonaventura (abruzzese ma con i panni già ampiamente sciacquati e stesi al sole), ex collaboratore dell’Ansa di Firenze, oggi portavoce di Maria Elena Boschi. Nicola Centrone, ex segretario della Sinistra Giovanile, ex assistente parlamentare di Dario Nardella quando era deputato, oggi capo della segreteria tecnica di Lotti. Filippo Bonaccorsi, fratello di Lorenza (lei responsabile nazionale Cultura del Pd), ex presidente di Ataf, ex assessore ai trasporti a Palazzo Vecchio e oggi capo della struttura tecnica di missione che segue il piano del governo per l’edilizia scolastica. C’è Erasmo D’Angelis, già presidente di Publiacqua, del cui cda ha fatto parte anche la Boschi, oggi capo struttura di missione per il dissesto idrogeologico, dove si è portato anche Mauro Grassi come direttore, ex dirigente della Regione Toscana, e Francesco Di Costanzo come portavoce. E da Publiacqua viene anche Alberto Irace, che pure non è fiorentino di nascita, amico del ministro Boschi, oggi capo della romana Acea.

In giro per il Parlamento, invece, si muovono i deputati e senatori che hanno accompagnato Renzi in questi anni. C’èDavid Ermini, già presidente del consiglio provinciale fiorentino, con il premier quando ancora il renzismo era radicato soprattutto nel Valdarno, fra Rignano e Figline, oggi deputato e responsabile giustizia del Partito Democratico. C’èDario Parrini, deputato e capo del Pd toscano, ex sindaco di Vinci. In Senato c’è Rosa Maria Di Giorgi, ex assessore all’Istruzione di Renzi. A Firenze è tornato, come sindaco, Dario Nardella, che ha fatto in tempo appena un anno a stare a Roma, dove si trovava bene. In Palazzo Vecchio ha ritrovato Marco Agnoletti, già portavoce di Renzi prima che arrivasse Sensi. A Bruxelles è volata alle ultime elezioni europee Simona Bonafè, ex assessore a Scandicci, di Varese ma politicamente super fiorentina. Nel 2012 era fra le Renzi’s Angels insieme alla Boschi, oggi è un po’ in disparte; è stata mandata in Europa, dove ha preso una caterva di voti e si è guadagnata un’autonomia politica che prima non aveva (a differenza di altri renziani, lei si è misurata con il consenso popolare). Ne ha sofferto un po’, perché sarà pur vero che non è andata a far la fame in qualche sperduto consiglio provinciale, ma l’Europa è la tomba della notorietà, cui si può rimediare soltanto con la presenza televisiva. E la Bonafè non rinuncia ai suoi interventi nei talk show. Insieme con lei, a Strasburgo, c’è anche Nicola Danti, europarlamentare from Pontassieve, che dopo aver aspettato il proprio turno in Consiglio regionale è riuscito a mettere un piede fuori dalla Toscana (quando Renzi era segretario provinciale del Ppi e della Margherita, partitini in confronto ai Ds, lo candidava un po’ ovunque nei comuni della provincia fiorentina, al punto che nella Quercia circolava una battuta: “Oh, ma quanti sono questi Danti?”).

Nel romanzo di Musil l’Azione Parallela era un monumento all’inconcludenza. Nelle intenzioni di Renzi c’è l’esportazione in Italia del gabinetto presidenziale modello Casa Bianca, quasi una riforma costituzionale di fatto. Ma sovrapposizioni di ruoli, affastellamento di competenze, rivalità sono dietro l’angolo. E il governo parallelo potrebbe rivelarsi l’ennesimo esempio di barocco al potere.

Economia, sicurezza, apparati. Sempre più spesso consulenti, esperti e tecnici di fiducia del premier  si sovrappongono alla squadra dei ministri. Tutti gli uomini del governo parallelo

Poi ci sono le partecipate di StatoFabrizio Landi, ex amministratore delegato di Esaote, e tra i finanziatori delle campagne elettorali di Renzi, nel cda di Finmeccanica. Alberto Bianchi, pistoiese, avvocato di Renzi e tesoriere della Fondazione Open, nel cda di Enel. Il fratello, Francesco, è sovrintendente della Fondazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Marco Seracini, già presidente di Montedomini, società di servizi agli anziani, tra i fondatori di NoiLink, l’associazione con cui Renzi raccolse soldi per le primarie comunali del 2009, è stato nominato nel collegio sindacale di Eni. Elisabetta Fabri, presidente degli StarHotel molto amati dall’imprenditore Marco Carrai, nel cda di Poste.

Dell’Azione parallela fa parte nel ministero dell’Istruzione Filippo Bonaccorsi, ex presidente della società di trasporti pubblici di Firenze, fratello della deputata Lorenza, capo della struttura di missione che da Palazzo Chigi si occupa di edilizia scolastica. Sul ministero del Lavoro gravita l’economista bocconiano Maurizio Del Conte, presidente dell’Agenzia per le politiche attive. All’Ambiente, a fianco dell’invisibile ministro Gianluca Galletti, è appena stata nominata Gaia Checcucci, alla guida della strategica direzione generale per la salvaguardia del territorio e delle acque. Ex consigliera comunale di An, moglie dell’ex segretario del Pd fiorentino Giacomo Billi, già segretaria dell’autorità di bacino dell’Arno, si occuperà della bonifica di Bagnoli e dell’Ilva di Taranto. Sulla comunicazione consulenti sono la regista tv Simona Ercolani, che il premier avrebbe voluto alla presidenza della Rai, cui è stata affidata la cura dell’ultima edizione della Leopolda, e Patrizio Donnini, ex spin doctor dell’agenzia Dotmedia per cui ha lavorato il cognato di Renzi Andrea ConticiniSu tutti vigila il vice-segretario generale Salvo Nastasi, l’uomo forte di Palazzo Chigi.

Pier Carlo Padoan è destinato nei prossimi mesi a trasformarsi sempre di più in un super-ambasciatore del governo presso Bruxelles e le istituzioni sovranazionali e resterà titolare della politica economica. Ma il potere di indirizzo passerà nelle Mani di Nannicini e dei suoi colleghi.

Più un trio di economisti: i bocconiani Vincenzo Galasso e Marco Leonardi e il romano Stefano Gagliarducci. Una squadra corposa che nelle intenzioni di Renzi dovrebbe affiancare il ministero dell’Economia sui prossimi dossier:riordino delle agenzie fiscali, misure anti-povertà, digital tax. Nei palazzi traducono: esautorare. Anche perché la riforma della Pubblica amministrazione del ministro Marianna madia ha già strappato alcune competenze al ministero di via XX Settembre per trasferirle a Palazzo Chigi: una, strategica, la responsabilità per le nomine ai vertici degli enti pubblici.

L’azione Parallela doveva cominciare in ambiente strettamente privato. Da principio si dovevano raccogliere in un cerchio ristretto solo i disinteressati servitori dell’idea…». Così scriveva Robert Musil in “L’uomo senza qualità” a proposito del fantomatico comitato che doveva organizzare i festeggiamenti per i settant’anni di regno dell’imperatore di Kakania. Un’idea anche per Palazzo Chigi: il governo Renzi sta per compiere due anni di vita, festeggerà con qualche new entry, Enrico Costa (Ncd) probabile ministro degli Affari regionali. Nel Consiglio dei ministri, a differenza di quanto avveniva in passato, in ventiquattro mesi liti e dissensi nei confronti del premier sono inesistenti. Le riunioni durano pochi minuti, apre e chiude Renzi, con qualche battuta sui suoi bersagli preferiti, il ministro della Giustizia Andrea Orlando e il ministro della Cultura Dario Franceschini.

Al governo, Renzi ha lasciato – c’era già con Letta – Lapo Pistelli, viceministro degli Affari Esteri, ex nemico alle primarie fiorentine del 2009, quando i due si odiavano come solo persone che si conoscono da anni per aver lavorato insieme possono fare, con sentimenti e risentimenti. Oggi, nonostante Pistelli sperasse di fare il ministro degli Esteri, hanno un rapporto civile (con Renzi è impossibile averlo incivile) e il presidente del Consiglio gli ha chiesto consigli, per esempio sulle persone da mettere in segreteria appena diventato leader del Pd. Viceministro alle Infrastrutture èRiccardo Nencini, segretario del Psi, di Barberino di Mugello, con cui Renzi ha avuto anche momenti di scontro acceso quando i socialisti vennero cordialmente accompagnati alla porta della giunta comunale. Alle telecomunicazioni, come sottosegretario, c’è Antonello Giacomelli, pratese, giornalista, già capo della segreteria politica di Dario Franceschini, che come portavoce ha Giovanni Cocconi, ex vicedirettore di Europa, parmigiano ma fiorentino d’adozione (la famiglia vive lì).

C’è Federico Lovadina, socio di studio dell’avvocato e tesoriere nazionale del Pd Bonifazi, nel cda di Ferrovie, dove siede anche Gioia Ghezzi, di provenienza McKinsey, che ha collaborato con Renzi per scrivere una legge sull’omicidio stradale quando il segretario del Pd era ancora sindaco. C’è Rossella Orlandi, empolese, direttore dell’Agenzia delle Entrate, e c’è Diva Moriani, aretina di nascita, vicepresidente del gruppo Kme di Vincenzo Manes (finanziatore della campagna elettorale di Renzi), nel cda dell’Eni.

L’altro settore-chiave del governo parallelo è la sicurezza, comprende i ministeri dell’Interno e della Difesa e la delega ai servizi segreti affidata al sottosegretario Marco Minniti. Nessuna casella verrà toccata, anche in questo caso, tutti resteranno al loro posto, ma come consigliere per la sicurezza del premier è in arrivo a Palazzo Chigi il nome più pesante, l’amico di Renzi Marco Carrai, l’unico che conta del giglio magico a essere rimasto finora a Firenze come presidente dell’aeroporto. Per settimane Carrai è stato considerato il principale beneficiario dei 150 milioni di euro stanziati dal governo per la cybersecurity dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre. La Cys4, società fondata da Carrai con Marco Bernabè, figlio di Franco, era già pronta a raccogliere la sfida (e i finanziamenti). Poi per Carrai si è parlato di un ruolo di capo dell’agenzia governativa per la sicurezza informatica, scatenando timori diffusi tra le opposizioni, un pezzo di Pd (Pier Luigi Bersani) e gli apparati. Ora il suo incarico è stato ridimensionato a semplice consulente, ma solo in apparenza: il ruolo gli consentirà di sedersi ai tavoli decisionali e di maneggiare tutti i dossier più delicati. E sono prevedibili altre sovrapposizioni e invasioni di campo nel mondo dei servizi che nei prossimi mesi attendono il rinnovo dei vertici. Carrai sarà informato e partecipe.

Non c’è solo Carrai: ecco la rete di potere di Matteo Renzi

Fuori dal Palazzo, nella Rai, c’è Luigi De Siervo, amministratore delegato di RaiCom, figlio del costituzionalista Ugo, fratello di Lucia, ex capo di gabinetto a Palazzo Vecchio; uno dei più cercati e riveriti davanti alla macchinetta del caffè per capire cosa “Matteo” voglia fare del carrozzone televisivo di Stato. Ma non è tutta roba renziana, quella che si sposta da Firenze e colonizza il resto del mondo. Anche il centrodestra, in questi anni, ha promosso una classe dirigente tosco-fiorentina che aveva il paradosso – invero naturale per la rossa toscana – di essere fortissima a Roma ma parecchio carente a casa sua, perché a parte qualche enclave azzurra, vedi Lucca (nel frattempo perduta anche quella), ha sempre governato poco. Da Paolo Bonaiuti, ex portavoce di Silvio Berlusconi, a Denis Verdini, il mediatore del patto del Nazareno, oggi un po’ in disgrazia ma sempre con quell’aria da gattone soddisfatto – nonostante i baffi non li abbia più da un pezzo – che si è appena mangiato un topolino. Il suo braccio destro è Massimo Parisi, coordinatore regionale di Forza Italia, autore della lettera a Berlusconi, quella dei nazareni italo-forzuti, per manifestare il “profondo disagio e dissenso rispetto alla decisione di votare contro le riforme istituzionali all’esame della Camera”. Parisi, ex direttore di Metropoli, settimanale locale pubblicato da Verdini, è la scatola nera del verdinismo insieme a Riccardo Mazzoni, pratese, ex direttore del Giornale della Toscana, senatore, già vicedirettore del Giornale, fallaciano, socialista, penna ficcante e arguta. Con loro, prima che se ne andasse nel Nuovo Centrodestra insieme a Maurizio Lupi, c’era anche Gabriele Toccafondi, attuale sottosegretario all’Istruzione, ciellino e coordinatore toscano degli alfaniani, portiere avversario di Renzi nelle partite di calcio fra politici.

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Ma i fiorentini sono anche nelle bancheCosimo Pacciani è dall’anno scorso il numero due della sezione rischi dell’istituto finanziario più importante in Europa dopo la Bce: il vecchio fondo salva stati, conosciuto come Esm. Anche lui, come Renzi, ha fatto il Dante, uno dei licei classici più famosi di Firenze, dove sono andati anche Paolo Hendel, Valdo Spini e Piero PelùLorenzo Bini Smaghi, economista, era nel board della Bce fino al 2011 ed è membro permanente della Morgan Stanley. C’è Francesco Rossi Ferrini, Senior Country Officer alla JPMorgan. Jacopo Mazzei, ex presidente della Cassa di Risparmio di Firenze, è nel consiglio di sorveglianza di Banca Intesa. Giuseppe Morbidelli, fino a pochi giorni fa nel cda di Banca Intesa, è il nuovo presidente di Carifirenze. Ugo Biggeri è il presidente di Banca Etica. Il fratello di Bini Smaghi, Bernardo, pochi giorni fa è diventato presidente del fondo F2i, il maggior fondo infrastrutturale nato da un’alleanza tra i soci Cdp (Cassa Depositi Prestiti), Unicredit, Intesa Sanpaolo e tra le principali fondazioni bancarie. I fiorentini sono anche aziende, comeMatteo Del Fante, amministratore delegato di Terna, o Niccolò Querci, berlusconiano doc, direttore centrale del personale dell’organizzazione del Gruppo Mediaset, e nelle istituzioni europee, come Marco Buti, da Molin del Piano, paesino alle porte di Firenze, direttore generale degli affari economici della Commissione europea. Sono alla guida di associazioni, come il deputato del Pd, non renziano, Filippo Fossati alla Uisp e Francesca Chiavacci all’Arci (prima di lei a capo c’era un altro fiorentino, Paolo Beni, oggi deputato del Pd). I fiorentini sono anche al Cern, dove c’è Simone Giani responsabile del software di simulazione per gli esperimenti di fisica di alte energie. Alla voce cultura compaiono, invece, oltre alla fiesolana Dacia Maraini e a Franco Zeffirelli (ma qui siamo in zona blasone, quasi inutile citarli), Giorgio van Straten, scrittore, già membro del cda della Rai, Sergio Giunti, presidente della Giunti Editore, Piero Gelli, critico musicale, letterario, editor, decano della Baldini Castoldi e Martina Donati, coordinatrice editoriale di Newton Compton. E ancora: scrittori come Vanni Santoni, editor della narrativa Tunué, e Marco Vichi. Non mancano nella moda: Leonardo Ferragamo, Stefano Ricci, Ermanno Scervino, Enrico Marinelli, presidente di Frette (quello che portò Renzi al pranzo di Arcore). Se ci allarghiamo un po’ e stiracchiamo il concetto all’area metropolitana, vale la pena mettere in questo elenco anche Edoardo Nesi, pratese, vincitore dello Strega e membro della giuria, ex deputato di Scelta Civica oggi nel gruppo misto, e il suo concittadino Sandro Veronesi, scrittore affermato come lui. Il settore più povero pare essere proprio il giornalismo. Sarà che lì Firenze ha già dato parecchio in passato con Indro Montanelli, Tiziano Terzani e Oriana Fallaci. Sicché, di fronte a questi fenomeni, la generazione successiva s’è ammalata di complesso di minorità ed è rimasta sulle rive dell’Arno a fare i balocchi. (David Allegranti Fonte: Il Foglio)

Eppure, nonostante la docilità dei ministri, si sta infittendo sempre di più un gabinetto-ombra. Più che uno staff, unConsiglio dei ministri parallelo che risponde direttamente al premier e che governa da Palazzo Chigi. La rete di consulenti, tecnici, esperti di diretta fiducia del premier, che marca stretto ogni ministro ufficiale, per così dire.

E con l’addio di Graziano Delrio a Palazzo Chigi, se verrà confermato, il cerchio si chiude, e l’esportazione della democrazia di Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi è praticamente completa. Con Matteo Renzi al governo, come è noto, lo sbarco dei barbari è stato pirotecnico, adeguato alla scenografia e alla narrazione (o allo storytelling, come direbbero i più ganzi) del tempo: il territorio contro la Capitale, l’Italia dimenticata fuori dal grande Palazzo anulare contro gli schiacciabottoni del Parlamento, Achille piè veloce contro la tartaruga, gli asfaltatori contro i restauratori.

RENZI PIGLIA TUTTO: TUTTI I NOMI DEGLI AMICI DI RENZI CHE COMANDANO L’ITALIA DENTRO E FUORI IL PALAZZO. ECCO COME MUORE UNA DEMOCRAZIA!

Autore: Luca

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