La data del fallimento italiano!

TORINO ore 15:10:00 del 27/02/2016 - Categoria: Cronaca, Denunce, Economia, Politica - Fallimento

La data del fallimento italiano!

Riusciranno le banche a sfuggire alle maldestre riforme messe a punto dall’Unione Europea?

Riusciranno le banche a sfuggire alle maldestre riforme messe a punto dall’Unione Europea? Non sarà facile perché le teste d’uovo di Bruxelles e della Bce sono riuscite a mettere a punto una serie di trappole infernali che ha assai complicato la rotta del sistema già alle prese con la crisi più grave del dopoguerra. E così le nuove regole «aumentano i rischi per l'economia e frenano la crescita», come accusa uno studio del Centro Studi Confindustria, firmato dal direttore Luca Paolazzi e da Ciro Rapacciuolo. Una diagnosi che, tra l’altro, riflette il pessimismo delle Borse di fronte a terapie che lungi dal curare il paziente minacciano di decretarne la fine per asfissia. Un allarme, ammoniscono gli autori, che non vale solo per l’Italia o per gli altri Paesi in difficoltà, ma anche per le economie che più hanno ispirato regole nocive oltre che inutili.

Eppure le cose minacciano di peggiorare se passasse la proposta di un limite all’acquisto da parte delle banche dei titoli di Stato domestici, come vorrebbe la Bundesbank. Non è vero, come sostengono i tedeschi, che così verrebbe spezzato il legame tra debito bancario e debito sovrano. Al contrario, verrebbe meno la domanda più robusta per i titoli dei Paesi dell’Eurozona con il debito pubblico più elevato. Il risultato? Un aumento dei rendimenti e, di riflesso, del costo del denaro dando il via ad un circolo vizioso: l’aumento degli interessi, infatti, non potrebbe che comportare un aumento del debito, ovvero l’esatto opposto dell’obiettivo di far affluire più fondi delle banche alle imprese. «Se nel 2011/12 - scrivono gli autori - gli istituti avessero dovuto limitare i loro acquisti, in Italia avremmo avuto un sistema bancario con bilanci peggiori e una stretta del credito maggiore». Finora il rischio è stato evitato.

Ancor peggio se passasse la proposta di prevedere accantonamenti a fronte dei titoli pubblici in portafoglio. La «riforma» sollecitata dai falchi tedeschi farebbe crescere la forbice tra le economie periferiche e quelle «core», con nuove tensioni nella Ue.

Fin qui le riforme temute ma, per fortuna, ancora nel cassetto. Purtroppo, invece, il bail in ha già provocato guasti formidabili, dal default delle banche italiane (e del Novo Banco portoghese) all’aumento del rischio che ha provocato il marcato calo dei titoli bancari in Borsa. Ma c’è di più: la riforma, nata con l’obiettivo di tutelare i bilanci pubblici contro l’onere di far fronte ai fallimenti delle banche, rischia di aumentare il prezzo dei salvataggi di quattro volte. Sempre a carico dei contribuenti. In che modo? Primo, con la perdita di valore del patrimonio dei risparmiatori, a causa del crollo delle quotazioni di Borsa e dei prezzi delle case. Secondo, con la diminuzione del reddito. Terzo, con la perdita di posti di lavoro. Quarto, con l'incremento della tassazione e/o con il taglio della spesa pubblica, necessari a coprire il deficit pubblico causato dal peggioramento dell’economia. Insomma, il bail in può funzionare se riguarda un solo istituto, da punire per errori o leggerezze. Non ha senso se la crisi è generale. In quel caso la conseguenza scontata è la recessione.

Per l’Italia, dove i bond bancari sono ampiamente diffusi tra le famiglie (187 miliardi, tre volte l’ammontare in mano al retail tedesco) il danno è ancora maggiore: il maggior rischio dei bond, chiamati a rispondere in caso di insolvenza, è destinato a pesare sui tassi. Insomma, il bail-in va sospeso non tanto per la situazione di un paese o di un altro, ma perché si sono valutati male i suoi effetti economici, che sono controproducenti.

Infine, il nodo delle sofferenze, salite a 143 miliardi a fine 2015 (18,3% dei prestiti alle imprese), dai 25 miliardi del 2008 (2,9%). Una crescita drammatica che non è, nella stragrande maggioranza delle situazioni, il frutto di errori o leggerezze ma l’effetto «della doppia e profonda recessione, che ha fatto cadere il Pil di oltre il 9%, la produzione industriale del 25%, l’attività nelle costruzioni di quasi il 50%».

Le nuove regole europee, si sa, non consentono più gli interventi che hanno permesso il salvataggio delle banche tedesche (ma anche inglesi, francesi, belghe e così via). Di qui un intervento limitato, basato su una garanzia che avrà un costo crescente nel tempo. È comunque un passo in avanti, ammette lo studio, «ma le garanzie non sembrano in grado di incidere rapidamente sullo smaltimento dei crediti deteriorati presenti nei bilanci delle banche. Per ridurre a livelli fisiologici lo stock attuale di crediti deteriorati occorreranno diversi anni». Tanto, troppo tempo per un sistema che richiede una risposta tempestiva, mica i tempi biblici e le bizzarrie dell’Europa delle tante burocrazie che invocano nuovi vincoli di bilancio, senza distinguere tra il rischio (assai limitato) di un Btp dai derivati (spesso tossici) che abbondano nei magazzini di Deutsche Bank

Autore: Samuele

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