Juve, cosa rischia?

(Torino)ore 19:08:00 del 04/04/2017 - Categoria: , Calcio, Denunce

Juve, cosa rischia?

Siamo nell’ottobre 2013 e, stando all’opinione degli inquirenti, è l’ex dirigente della Samp a cedere i preziosi biglietti agli ultrà, biglietti «destinati al bagarinaggio» e che Marotta avrebbe allungato alla curva raccomandandosi «massima riservatezza»

BIGLIETTI RIVENDUTI DAGLI ULTRÀ ANCHE A 620 EURO L’UNO E RAPPORTI COSÌ STRETTI TRA TIFOSI IN ODORE DI ’NDRANGHETA E LA JUVENTUS CHE – SCRIVE IL PROCURATORE FEDERALE GIUSEPPE PECORARO – I CLAN AVEVANO INSISTITO COL DIRETTORE GENERALE BEPPE MAROTTA AFFINCHÉ CI FOSSE UN PROVINO PER IL RAMPOLLO DI UNA FAMIGLIA MALAVITOSA. Si tratta di Mario Bellocco, figlio di Umberto: quest’ultimo orbita intorno alla cosca Bellocco-Pesce. Gli inquirenti hanno rilevato «la forte pressione esercitata da personaggi legati alla criminalità organizzata» sul club torinese, anche se l’aspirante calciatore bianconero non è mai stato tesserato.

Andò diversamente – sempre secondo la ricostruzione di Pecoraro, inviata ai Campioni d’Italia e alla Sezione disciplinare del Tribunale federale – in occasione del match di Champions contro il Real Madrid. Siamo nell’ottobre 2013 e, stando all’opinione degli inquirenti, è l’ex dirigente della Samp a cedere i preziosi biglietti agli ultrà, biglietti «destinati al bagarinaggio» e che Marotta avrebbe allungato alla curva raccomandandosi «massima riservatezza»

I presunti rapporti tra i clan e la società calcistica sono al centro dell’inchiesta Alto Piemonte: per i pm Monica Abbatecola e Paolo Toso – che pure non accusano la Juve – l’uomo che ha messo in contatto la malavita con il club è Fabio Germani, fondatore dell’associazione «Italia Bianconera» e noto alle forze dell’ordine. Lui avrebbe presentato ai dirigenti Rocco Dominello. Rappresentante della tifoseria. Incensurato. Figlio del boss Saverio. Arrestato quest’estate e ora a processo con l’accusa di associazione mafiosa.

In un’intercettazione tra Dominello e il responsabile sicurezza della Juve Alessandro D’Angelo, l’uomo della società racconta di aver discusso con altri uomini del club: «…il tuo gruppo, probabilmente, è composto da 300 persone» dice D’Angelo a Dominello «tu hai più di 300 persone da soddisfare, gli ho detto, quindi io ti permetto di fare purtroppo a malincuore, business! Ma questo lo faccio (…) perché voglio tranquillità!». L’intercettazione è del 21 febbraio 2014: c’era da scongiurare lo sciopero del tifo per la gestione dei biglietti. Ovvero, uno dei punti su cui la procura federale attacca la Juve. Pecoraro, infatti, contesta al club di aver ceduto dei tagliandi – pur sapendo che la procedura era irregolare e che sarebbero stati rivenduti a sovrapprezzo – per assicurarsi la pace sugli spalti.

Una situazione che, col passare del tempo, avrebbe alzato la tensione anche all’interno della società. Tanto che D’Angelo, in un’intercettazione del 9 agosto 2016, si sfoga con il supporter liason officer Alberto Pairetto (figlio dell’ex designatore arbitrale Pierluigi), temendo di essere invischiato «in una indagine di ’Ndrangheta» per i rapporti con Dominello, ma «tutti sapevano dell’estrazione famigliare di Rocco», incensurato ma «uno che si mette in mezzo a biglietti e cose vuol dire che di lavorare non c’ha voglia». Pecoraro, a pagina 7 della lettera che annuncia ad Andrea Agnelli il deferimento, commenta queste parole parlando di «stato di soggezione della società nei confronti dei gruppi ultras e di esponenti malavitosi e la volontà di assecondare ogni loro richiesta».

SPUNTANO LE ARMI
Una tesi che sarebbe stata confermata da Francesco Calvo, all’epoca direttore commerciale della Juve, ora al Barcellona e deferito. L’11 luglio scorso, Calvo parla ai pm e illustra il compromesso col tifo organizzato «nell’ambito del quale» spiegò il dirigente «mi erano note anche aggressioni con armi, minacce ed altro», ma d’altronde «i biglietti non erano regalati ma venduti», anche se da alcune testimonianze citate da Pecoraro i tagliandi finivano agli ultras in conto vendita, e solo successivamente venivano pagati. In altre intercettazioni citate dal procuratore federale, emerge che il gruppo ultras dei Drughi «aveva a disposizione mille tagliandi per ogni partita nello Juventus Stadium nei vari settori, 900 a pagamento e 100 in omaggio della società». A gestire l’affare, c’era Raffaello Bucci detto Ciccio. C’era. Diventato collaboratore ufficiale della Juve dal campionato 2015-2016, è stato interrogato dai magistrati. Ma poco dopo aver risposto agli inquirenti, il 7 luglio 2016 s’è gettato da un viadotto. Lo stesso in cui morì Edoardo Agnelli. L’avvocato di Bucci è citato da Pecoraro perché è stato interrogato il 20 settembre scorso. Il legale ha spiegato che il suo assistito – prima di togliersi la vita – gli aveva rivelato che «“vogliono fare un’indagine sul bagarinaggio”» e che «tutti i gruppi ultras stavano organizzandosi in previsione dell’indagine, rivolgendosi ai legali. Mi disse che la soffiata sull’esistenza dell’indagine era giunta dalla società. Mi mostrò dal cellulare delle e-mail di Andrea Agnelli in cui il presidente gli chiedeva se avesse bisogno dei biglietti. Me le esibì per dimostrarmi che non era lui ad esercitare pressioni sulla società per avere i biglietti, ma era la società stessa a chiedere a lui se ne avesse bisogno».

Secondo Pecoraro, gli intrecci tra la società e gli ultras sono dimostrati anche da altri episodi, per esempio la presenza di materiale proibito (fumogeni e striscioni) portato in curva in occasione del derby col Torino del 23 febbraio 2014. Stando all’accusa, fu D’Angelo a introdurre personalmente quanto richiesto dagli ultrà, pur di scongiurare le loro proteste. Ma fu ripreso dalla videosorveglianza.

Tanto che Agnelli, il 25 febbraio 2014, gli dà del «ciuccio, ti hanno beccato!» al telefono. In un’altra chiacchierata tra il presidente e il suo responsabile sicurezza, viene affrontato il problema delle frange più estreme del tifo bianconero, determinate a creare problemi nonostante le mediazioni di Dominello. «Sono dei coglioni» commenta il presidente. Per le intemperanze della curva, il derby costa alla Juve una multa da 25mila euro. Eppure, nell’audizione del 16 febbraio 2017, Agnelli spiega d’essersi inferocito con D’Angelo: «Mi inalberai molto e gli dissi che quel che era accaduto non avrebbe dovuto più verificarsi». Pecoraro, però, scrive: «La riferita arrabbiatura è smentita dal tenore delle telefonate intercettate (…) A ulteriore conferma che il presidente non solo fosse consapevole dei rapporti strutturati e delle concessioni fatte in favore dei gruppi del tifo organizzato e di esponenti malavitosi, ma che acconsentiva a tale condotta, è la circostanza che il presidente della società non ha mai denunciato (…) né ha mai allontanato dalla compagine sociale i propri collaboratori e dipendenti che attuavano questo sistema». Secondo D’Angelo, Agnelli incontrò i capi ultras nel 2013 «presso la Lamse (holding controllata dal presidente bianconero, ndr) nonché in altra occasione presso gli spogliatoi del centro di Vinovo».

CENA CON SORPRESA
I rapporti tra Dominello e Agnelli sono confermati dal tifoso in odore di clan in un interrogatorio del 3 agosto 2016: «Conobbi D’Angelo ad Asti a una cena in cui c’era Andrea Agnelli. Divenni suo amico dal 2011 circa». In alcune intercettazioni, il presidente bianconero si sfoga: «Io li vedevo ogni sei mesi-una volta all’anno». E poi, il 5 agosto 2016, ammette di non ricordare con precisione le circostanze dei faccia a faccia. Però – ha spiegato – si assicurava di non essere mai da solo, ma con D’Angelo. Lo stesso collaboratore a cui il presidente parla di un altro capo ultrà (è il 18 marzo 2014) e dice la frase che da settimane rimbalza sui media: «Il problema che questo ha ucciso gente…». No, «ha mandato a uccidere» lo corregge D’Angelo.

La Juve nega con decisione i rapporti con i clan. Il succo è: «Non sapevamo fossero ’ndranghetisti». Ma Pecoraro ha scritto 20 pagine al cianuro inviandole ai Campioni d’Italia e finite sul tavolo della Commissione Antimafia.

Il 26 maggio partirà il processo sportivo: Agnelli rischia di perdere il timone del club. La Juve si sente infangata. Tanto da chiedere di desecretare l’audizione di Pecoraro davanti all’Antimafia (7 marzo scorso), in cui sarebbero state citate intercettazioni sbagliate o inesistenti. Secondo l’avvocato di Agnelli, Luigi Chiappero, «quello che sta avvenendo è sbagliato: riportare pezzi di intercettazione, momenti e frasi senza contestualizzarli è fuorviante. Si rischia di far passare per vere cose che non costituiscono fatti provati».

Da: QUI

Autore: Luca

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