ITALIA IN CODA: SIAMO UNO DEI PAESI PIU' INFELICI AL MONDO

(Genova)ore 08:33:00 del 01/04/2017 - Categoria: , Denunce, Economia, Salute

ITALIA IN CODA: SIAMO UNO DEI PAESI PIU' INFELICI AL MONDO

Che l’Italia sia in declino, non è un mistero. Ormai l’hanno capito tutti, eccetto i ricchi e gli over 50, che dall’interno della campana di vetro in cui vivono non comprendono cosa sta realmente accadendo al nostro paese (e non solo).

Che l’Italia sia in declino, non è un mistero. Ormai l’hanno capito tutti, eccetto i ricchi e gli over 50, che dall’interno della campana di vetro in cui vivono non comprendono cosa sta realmente accadendo al nostro paese (e non solo). Loro la crisi non la sentono, vuoi per il reddito o per il tanto amato “posto fisso”, quello che garantisce ancora lo stipendio a cadenza mensile e i diritti che i giovani viziatellipretendono senza volersi sporcare le mani: tredicesima, ferie, malattia e articolo 18. Secondo il “World Happiness Report 2017”, l’Italia è al 48esimo posto nella classifica dei paesi più felici, subito dopo Uzbekistan e prima della Russia. I fattori chiave nella classificazione sono: il prodotto interno lordo pro capite, la speranza di vita, la libertà, la generosità, il sostegno sociale e l’assenza di corruzione nel governo o per affari. In testa c’è la Norvegia. Un paese nordico, con temperature polari, un inverno in cui il sole dura solo quattro ore, una cultura molto meno ricca della nostra. Eppure ci hanno superato, i norvegesi. E questo ci dovrebbe far riflettere. Cosa ci manca rispetto a loro? Una molteplicità di fattori. In primis metterei le certezze. Ci sono state tolte tutte (o quasi) e il giovane medio, che lavoricchia qua e là, non riesce a far sfociare i suoi progetti, che magari medita dai tempi delle elementari, in qualcosa di concreto.
E quando parlo di progetti non mi riferisco solo al più “banale”, ovvero la famiglia, ma a una miriade di elementi che arricchiscono la vita con il dono della serenità. Lavorare per tirare a campare, alla lunga, metterebbe alla prova anche il più forte, facendo vacillare le sue speranze. Se poi parliamo delle certezze istituzionali, priorità principale in uno stato sociale come l’Italia (e non lo dico io, ma la Costituzione), apriti cielo! Secondo Enrico Finzi, sociologo e a capo di Sono, agenzia che «aiuta a essere felici», la felicità è racchiusa in due lettere tanto semplici quanto eleganti: «Co». «Collaborare, coesistere, anche confliggere, perché no?», dice.

«Ciò che ci porta al confronto con gli altri attiva sensi e circuiti neuronali che ci rendono felici. Tutto si contrappone all’individualismo e al ripiegamento su se stessi. Cioè all’alfabeto dei social network. Un’ora di social ci costa il 3% della felicità.» Come dargli torto? Cosa è Facebook se non la rappresentazione più estrema dell’individualismo che porta a voler soddisfare come un tossico qualunque il proprio ego per raggiungere un’apparente e temporanea felicità? L’Università di Sheffield sostiene che il meccanismo dei like, se non utilizzato con moderazione, può portarci a vivere delle vere e proprie crisi d’astinenza, da cui è possibile uscire solo con altri “mi piace”. Per non rimanere senza “dose quotidiana”, poi, l’utente medio è costretto a inventare stratagemmi di ogni genere, cercando di attirare l’attenzione del resto del social, ormai veterano e abituato a tutto e sempre più restio a lasciare il pollice in su senza essere stato stupito abbondantemente, come avveniva per il re annoiato e il giullare di corte. Ci sarebbe da parlare, poi, della libertà, uno dei fattori secondo cui il “World Happiness Report 2017” ha stilato la classifica. Oggi, a mio parere, ce n’è anche troppa. Possiamo praticamente ottenere qualunque cosa, anche in poco tempo. E quando parlo di “qualunque cosa” mi riferisco anche ai desideri più disparati. Basta un click e una carta di credito. Ci sono siti dove si può scegliere il neonato da acquistare, selezionando accuratamente i tratti somatici che si preferiscono, e nel giro di un annetto (la burocrazia a volte è un po’ lenta) lo si può ritirare direttamente in sede. Tutto è possibile con mammona. Anche gli omicidi su commissione. Basta accedere al Deep Web, il lato oscuro della rete dove tutto è permesso e vige l’anonimato più totale.

Chi ha abbastanza denaro a disposizione ottiene ciò che vuole senza il benché minimo sforzo. Se questa per qualcuno è la felicità, è decisamente fuori strada. Questo è un sentimento palliativo avente solo le sembianze della contentezza, di breve durata, che una volta esaurito lascia più vuoti e infelici di prima. Un vero e proprio farmaco che Babilonia ci rifila per sopperire a una mancanza più profonda, che trascende la realtà, che non è di questo mondo. Non ci diranno mai di cosa si tratta, l’importante è che ci serviamo continuamente del rimedio apparente messo furbescamente a nostra disposizione. La libertà, così come la si intende oggi, porta non solo a un delirio di onnipotenza, ma a un materialismo sfrenato che si serve di se stesso per rimanere in vita e non lasciare che il malcapitato capisca l’inganno. La speranza di chi ha stilato la classifica è che «i governi decidano di misurare, analizzare e magari discutere il tema della felicità dei cittadini, per capire quando (e quanto N.d.R) si muovono nella direzione sbagliata». È quello che auspichiamo un po’ tutti, in fondo, ma dubito che il ladro confessi il reato, altrimenti rischierebbe di compromettere per sempre la sua losca attività. Nel film Alla ricerca della felicità, Will Smith dice al figlioletto: «Se vuoi qualcosa vai e conquistalo.» Interpretazione semplicistica della realtà? Forse. Ma non si può negare che corrisponda a verità assoluta. Solo che il problema non risiede tanto nella ricerca dell’agognata felicità, ma nell’illusione di averla. Ragion per cui ogni ipotetica miccia rivoluzionaria non verrà mai accesa.

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Autore: Luca

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