DARWIN? Un impostore....SCIMPANZE'!

(Bari)ore 12:29:00 del 24/11/2017 - Categoria: , Denunce, Editoria

DARWIN? Un impostore....SCIMPANZE'!

L'eredità del lavoro di Charles Darwin sulla sua teoria dell' “evoluzione”, è al centro di un dibattito tra alcuni dei più illustri studiosi della teoria dell'evoluzione

L'eredità del lavoro di Charles Darwin sulla sua teoria dell' “evoluzione”, è al centro di un dibattito tra alcuni dei più illustri studiosi della teoria dell'evoluzione. Il motivo del contendere riguarda l'eventuale necessità di rivedere o meno la teoria alla luce delle scoperte accumulatesi negli ultimi vent'anni. Secondo i "riformisti", che sostengono la necessità di una revisione, numerose prove recenti mostrano ormai come non tutto il gioco evolutivo sia di tipo genetico e selettivo. I "conservatori" sostengono invece che le prove dei riformisti sono solo "aggiunte" non essenziali, che certamente estendono il potere esplicativo della teoria evoluzionistica, ma che lasciano inalterato il nocciolo centrale della teoria, composto dalle variazioni geniche e dalla selezione naturale.Inoltre, alcuni ricercatori hanno recentemente scoperto, infatti, che non sono i primati a possedere il DNA piu' simile a quello dell'Uomo, anzi, contro ogni aspettativa, e' il genoma del TOPO quello piu' simile al nostro !Come mai allora tanti studiosi di scienze naturali si sono lasciati soggiogare dalla teoria evoluzionista di Darwin, che parla della discendenza dai primati, sapendo che si tratta solo di una opinione non provata, cioe' di una semplice teoria che NON puo' fregiarsi del vero sapere scientifico ??

Uomo e scimpanzé sono meno vicini

Bisogna tenere conto del differente numero di copie multiple di uno  stesso gene Usando una nuova misura della somiglianza genetica - il numero di copie di geni che due specie hanno in comune - si desume che essere umano e  scimpanzé condividono solamente il 94 per cento dei geni e non il 98-99 per cento. Sarebbe dunque maggiore di quanto finora ritenuto la  distanza che separa l'uomo dalla specie più vicina.La nuova ricerca,svolta presso l'Università dell'Indiana a Bloomington, tiene conto della possibilità di copie multiple di geni e del fatto che il numero di questi multipli può variare da specie a specie, anche  quando esso è più o meno identico. "Per spiegare il cambimento di  prospettiva, i ricercatori hanno paragonato la situazione alla  differente scomposizione in sillabe di una stessa parola in due lingue diverse."Non bisogna tenere conto soltanto dei geni condivisi" ha detto Matthew Hahn, che ha diretto lo studio. Secondo i ricercatori le copie  addizionali di uno stesso gene consentono all'evoluzione di  sperimentare nuove funzioni per vecchi geni. La scoperta suffraga  l'idea che l'evoluzione possa aver conferito all'uomo nuove funzione genetiche che non esistevano nello scimpanzé.Per condurre la loro ricerca, Hahn e colleghi hanno esaminato 110.000 geni appartenenti a 9990 famiglie di geni similari. La dimensione di una famiglia di geni differisce in 5622 casi, ossia nel 56 per cento di tutte le famiglie. 

Con questi sentimenti possiamo avviarci alla lettura del saggio del prof. Catalano: La vita e il respiro e ogni cosa.

  • Punto primo, il testo vuole essere una risposta personale dell’autore all’attacco ateologico dell’evoluzionista Dawkins, autore di Illusione di Dio.
  • Punto secondo, l’autore vuole mostrarci solo che l’abiogenesi è impossibile: tanto meno avrà senso parlare di evoluzionismo. Abiogenesi è la generazione della vita dalla non vita. Tolta questa abbiamo troncato alla base l’ipotesi dell’evoluzionismo.
    Tra le considerazioni di apertura ci sono gli asserti secondo i quali «scartiamo la possibilità che sia stata osservata in natura la generazione spontanea…Redi, Spallanzani e Pasteur hanno definitivamente chiarito che Omne vivo e vivo» e che «gli esperimenti di laboratorio… siano viziati sia nel metodo che nel merito» (p. 23).
    Di più, si sostiene che «l’abiogenesi non possa avere lo status di teoria in quanto non confutabile attraverso esperimenti realizzati in modo neutro» (p. 24). Segue un capitolo e mezzo che va ad enucleare le tesi fin qui esposte.
  • Il terzo capitolo affronta l’ipotesi della panspermia. L’idea che la vita provenga da particelle spaziali, e in genere da elementi trasportati da altri pianeti viene rivisitata attraverso le intuizioni di Anassagora, W. Thomson e H. von Helmholtz, S. Arrhenius, F. Crick, C. Pillinger sempre più attratti dalle apparenti virtù biotiche di meteoriti o altri reperti cosmici. Contro tutti si alza una sola obiezione, l’unica che prema al nostro: «Pur volendo ammettere che tutte queste difficoltà siano state superate… il problema dell’origine della vita è solo spostato da un’altra parte: da dove proveniva la vita su Marte?» (p. 42).
  • Il fantomatico brodo primordiale è al centro del quarto capitolo: la vita sarebbe il prodotto di particolarissime condizioni atmosferiche dei tempi antichi?
    Pare di no, infatti «oggi si afferma che, in base ai dati sperimentali ottenuti facendo la media di tutte le rocce disponibili di una certa età, l’atmosfera del passato non era molto diversa dall’attuale» (p. 44). Considerazione, questa, che dice molto sulla natura acriticamente pregiudiziale di tanta scienza contemporanea.
    Ma se anche valesse l’ipotesi dell’eterogeneità atmosferica antica, rimarrebbe un altro insuperabile gap: dovremmo cioè rinvenire «tracce abbondanti di sostanze organiche azotate nelle rocce sedimentarie dell’Archeozoico» ma non si trovano.
    Certo, l’assenza si potrebbe giustificare con «una fase prebiotica ridotta nel tempo (non ci sarebbe stato il tempo sufficiente per un assorbimento significativo nelle rocce archeozoiche)» ma anche così vacilla un caposaldo dell’abiogenesi, per la quale «l’evento fortuito necessitò di tempi molto lunghi per verificarsi». Conclusione: i difensori dell’abiogenesi hanno a che fare con una «coperta troppo corta» (p. 47).
  • Quanto all’esperimento di Miller-Urey, se ne elencano le lacune di metodo e di risultato («In nessuno degli esperimenti… sono stati prodotti tutti e venti gli amminoacidi costituenti le proteine» p. 55), e si palesa come «le pubblicazioni scientifiche per gli addetti ai lavori rispecchiano fedelmente tutto il pessimismo e la difficoltà nel sostenere una certa teoria» (p. 56).
  • Il nodo della coperta corta depone anche a sfavore delle cosiddette proto cellule di Fox – «disordinate catene di amminoacidi» che «con la cellula» non hanno a che fare «nulla o quasi» (p. 59) –: infatti «se l’assenza di ossigeno atmosferico è indispensabile per la sintesi di proteine, la stessa assenza di ossigeno è il principale responsabile dell’impossibilità di sopravvivenza di ciò che il caso avrebbe messo insieme» (p. 60).
    Segue un tentativo esplicativo basato sul RNA, che però necessita ancora dell’ausilio delle proteine, e di cui quindi rimane insoluta l’origine.
    E a ruota si snocciolano altre teorie e ipotesi (di Wachtershauser, di Cairns-Smith, di Gold, di Lancet, Segrè e Ben-Eli, di Dawkins, di Panno, di Brown e Kornberg, di De Sousa – p. 67). A questo punto Catalano propone di andare subito al sodo, cioè a quel principio fisico in grado di fallare ogni proposta abiogenetica: l’entropia e dintorni.
  • La termodinamica ci insegna che «è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica» (p. 71), ma appunto questa è la pretesa dell’abiogenesi, che cioè «in un sistema caotico di molecole organiche immerso in un ambiente idoneo e prestabilito, l’apporto di energia dall’esterno possa aver innescato la scintilla della vita… Il risultato finale è un sistema – la cellula vivente – in cui si è creato “ordine” dal “disordine”»  (p. 72).
    Seguono varie pagine di formule ed esempi, i quali – passando anche per il celebre caso del “diavoletto di Maxwell” – mostrano come gli apporti energetici, privi di adeguate immissioni di informazione, siano per sé inadeguati a spiegare la comparsa della vita in un sistema entropico come il nostro. L’impasse ci raggiunge già a livello chimico – le proteine – ma «la complessità biochimica della vita è di molti ordini di grandezza superiore alla complessità delle reazioni chimiche» (p. 87). Detto altrimenti, «l’entropia è la misura della mancanza di informazione» (p. 89), il passaggio a livelli superiori di complessità biologica potrà allora avvenire solo con l’introduzione di massicce dosi di informazione.
  • Gli evoluzionisti obiettano, portando sul tavolo i casi di neghentropia o entropia negativa: «che interessa i sistemi aperti che scambiano energia e materia e nel quale una forte dissipazione di calore produce un aumento della complessità e quindi dell’informazione». Peccato che tali fenomeni riguardano una classe di complessità «che dista anni luce dalla complessità di un organismo vivente» (pp. 96-97).
  • Il colpo finale alla razionalità evoluzionista viene dal calcolo statistico: gli evoluzionisti oltre a giostrarsi con coperte troppo corte, e a violare le leggi della termodinamica, dovrebbero pure riuscire a collezionare successioni di eventi statisticamente impressionanti per portare a casa la realtà delle loro ipotesi.
    Già Hoyle sosteneva che «la probabilità della generazione spontanea della vita nel brodo primordiale sarebbe uguale a quella che ha un tornado che passando attraverso un deposito di rottami riuscisse ad assemblare un Boeing 747» (p. 110).
    Risposta degli evoluzionistibasta avere molto tempo e puntare a piccole conquiste graduali, volendo rispondere per le rime diranno «prendete una scimmia, mettetela davanti a una macchina da scrivere e dategli tutto il tempo che vuole e vi scriverà la Divina Commedia». Sì, peccato che il contenuto informativo di una cellula vivente è circa 5000 volte superiore a quello dell’intera Divina Commedia (p. 112).
    Ciò detto inizia una serie di calcoli che porta a due conclusioniAnzitutto si vede come il contenuto di informazione richiesto perché si generi spontaneamente la vita è tale da rendere la probabilità di realizzazione casuale dell’evento pari a 1/10-863 (pp. 112-120). Quindi si chiede di porre un limite di probabilità statistica oltre il quale non abbia più senso parlare del caso, un contenuto informativo cioè la cui complessità sia tale da poterlo ancora leggere come possibile fenomeno scientifico – anche casuale – e non già invece come dato di fede (religiosa, ideologica, temporale o altro). Borel propone un limite statistico di 1/10-50, limite che Dembsky sposta a 1/10-150; laddove – tanto per esemplificare – la probabilità di vincere a una Lotteria su scala planetaria è pari a 1/10-9 (pp. 120-124).
    Circa l’ipotesi di una evoluzione per rampe e accumuli successivi (Gould direbbe Exaptations), essa contraddice la natura olistica e teleologica delle strutture biologiche [come sostenuto non solo da promotori dell’ID, ma anche da panteisti quali F. Capra, o agnostici alla G. Edelman – nomi cui il testo non fa riferimento, e che mi permetto di aggiungere io].
  • Il libro conclude con meditazioni attorno ai buchi dell’evoluzionismo, all’opportunità di un Dio che spieghi tali buchi, ma che non sia solo un tappabuchi, ecc.
  • Io invece avrei terminato col terz’ultimo capitolo, che fin qui non abbiamo visto, e che – pur nella sua eccentricità – mi pare introduca gli spunti più originali al dibattito sulla vita e l’evoluzione.
Autore: Luca

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