Da dove arriva il tuo IPHONE? La schiavitu' ai tempi di APPLE

(Firenze)ore 10:04:00 del 01/10/2017 - Categoria: , Denunce, Lavoro, Tecnologia

Da dove arriva il tuo IPHONE? La schiavitu' ai tempi di APPLE

La nostra ricchezza ed il nostro prezioso stile di vita (che certi ora sostengono addirittura di voler difendere dalle avide mani delle masse di diseredati che sempre più numerosi hanno preso a dirigersi verso i nostri paesi) sono costruiti sul sangue, su

La nostra ricchezza ed il nostro prezioso stile di vita (che certi ora sostengono addirittura di voler difendere dalle avide mani delle masse di diseredati che sempre più numerosi hanno preso a dirigersi verso i nostri paesi) sono costruiti sul sangue, sulla miseria e sulla reificazione di altri. Molti altri, e davvero molto reificati; non su altro. La coscienza della spropositata ipocrisia che dimostriamo nel criticare questo mastodontico meccanismo come se non ne fossimo parte integrante, come se la colpa fosse solo di una classe iperurania di cattivi sfruttatori (che senz’altro le loro colpe ce le hanno) deve diventare il demone che quotidianamente ci rode. Una grande vittoria, in questo senso, sarebbe anche solo sapere di aver contribuito ad aumentare il numero di coloro che, di fronte alla pubblicità dell’ennesimo, nuovo, imperdibile modello di smartphone, non provano che un viscerale disgusto, per chi l’ha realizzata e per se stessi in quanto potenziali acquirenti.
Ma veniamo al dunque, con un po’ di dati alla mano.

I protagonisti di questo articolo sono i tristemente noti stabilimenti cinesi dellaFoxconn, multinazionale taiwanese e leader mondiale nella produzione di componenti elettronici, nonché partner principale di Apple, Samsung, Nokia, Toshiba, Microsoft, Nintendo, HP, Sony e gran parte dei principali colossi della tecnologia. Insomma, è probabile che più o meno ogni dispositivo elettronico con cui entrate in contatto abbia almeno un componente che sia passato per le mani di un dipendente Foxconn, considerando del resto che questi ultimi sono circa 1,3 milioni. Lo stabilimento principale è quello di Longhua, vicino alla città di Shenzhen, in Cina, che ne ospita un numero stimato tra i 250.000 e 400.000, quasi impossibile per noi da determinare con precisione: una vera e propria città, se si considera che comprende dormitori per gli operai e alcune aree “ricreative” (come la piscina, la mega sala-giochi o il cinema riservato alla proiezione di film porno).

Ad ogni modo, ho scritto “tristemente noti stabilimenti” in riferimento all’ondata di suicidi di operai che nel 2010 vi attirò l’attenzione internazionale: tra Gennaio e Novembre di quell’anno si contarono 18 tentativi di suicidio di cui 14 conclusi con effettivi decessi, gran parte proprio nello stabilimento di Shenzhen e gran parte compiuti da individui di età inferiore ai 28 anni. Una cifra forse non eccessiva rispetto alla media nazionale cinese (20 persone su 100.000 nel 2011), ma comunque un fenomeno decisamente preoccupante che gettò discredito sui vertici dell’azienda e sulla stessa Apple, la quale da parte propria sembrò cadere dalle nuvole e fece addirittura la voce grossa sulla necessità di far rispettare i diritti umani dei lavoratori imbarcandosi in una lodevole inchiesta. I dirigenti Foxconn, dal canto loro, replicarono:

facendo installare reti anti-suicidio negli stabilimenti;

sottoponendo, in alcuni casi, i nuovi assunti alla firma di un modulo che esimeva i datori di lavoro da ogni responsabilità legale in caso di loro suicidio;

assumendo psicologi, psichiatri e, udite udite, monaci buddhisti (?!) per fornire assistenza “psicologica” ai lavoratori.

e promettendo che:

avrebbe ridotto il numero di ore di lavoro osservando quello imposto dalla legislazione cinese (49 ore settimanali);

avrebbero aumentato il salario degli operai.

Un’indagine condotta da Fair Labor Association nel 2012, poco dopo che la stessa Apple si era unita all’associazione accettandone i termini ed il regolamento, dimostrò tuttavia che il limite di ore settimanali veniva per lo più violato tramite la richiesta di straordinari di fatto obbligatori. Altre ricerche condotte da studiosi e giornalisti cinesi con o senza il consenso dei dirigenti dell’azienda, i cui risultati sono raccolti e discussi nel volume collettaneo Nella Fabbrica Globale (disponibile anche in Italia), hanno restituito un quadro di alienazione e sfruttamento estremi. Probabilmente basterebbe citare un’anonima dipendente che ha descritto sé ed i suoi colleghi come “mangime per le macchine”,  per offrirci uno sprazzo di vita vissuta all’interno di uno stabilimento Foxconn; ci teniamo  tuttavia a riferire un altro po’ di cose.
Anzitutto in questi luoghi la norma imperante è l’atomizzazione sociale e il forzato isolamento dei lavoratori: parlare negli orari lavorativi è addirittura punibile con riduzioni dello stipendio; come se non bastasse, i dormitori sono organizzati in modo da scongiurare il più possibile ogni possibile emergenza di relazione confidenziale o semplicemente di socializzazione: difficilmente si condividerà la stanza con un proprio compaesano (la stragrande maggioranza degli operai sono ex-contadini emigrati dalle campagne) o anche solo con i compagni di reparto. In ogni caso, dopo turni di 14 ore con due pause di 40 minuti, è poco probabile che si abbia voglia di fare due chiacchiere: sarebbe bello riposare qualche ora, se non fosse che gli alloggi sono stamberghe in cui vengono stipate più di dieci persone per stanza. Tutt’a un tratto il suicidio non sembra così impensabile come via d’uscita.

Un dato interessante, peraltro, è l’altissima mobilità che caratterizza i dipendenti della Foxconn: vi è un costante ricambio di manodopera poiché in pochi riescono a sopravvivere a una simile routine; eppure una volta usciti dalle fabbriche l’isolamento sociale ed economico, l’assenza di prospettive e gli enormi deterrenti, imposti dal sistema di registrazione abitativa dell’hukou (introdotto in epoca maoista allo scopo di ancorare legalmente i lavoratori al luogo di residenza), allo spostamento attraverso il Paese sono tali che molti vedono nel tornare alla Foxconn l’unica alternativa. Rivolgersi ai sindacati, del resto, sarebbe di scarsa utilità considerando che sono direttamente incorporati nell’apparato burocratico di uno Stato che ha tutto l’interesse ad attirare investitori dall’estero con manodopera a basso costo e senza speranza di rivalsa. E poi insomma, bisogna pensare anche a loro e ai dirigenti, mica facile gestire simili masse di individui: Terry Gou, CEO dell’azienda, nel 2012 lamentò in privato i forti mal di testa che gli procurava “il dover dirigere ogni giorno un milione di animali”. A voi le conclusioni.

I dati che ho riportato sono in realtà obsoleti e forse non così vicini alla realtà: potrebbe essere che dal 2012 ad oggi siano state promosse iniziative a favore dei lavoratori dall’interno dell’azienda, che i ritmi di lavoro siano stati allentati e gli stipendi aumentati, le condizioni in generale migliorate. Purtroppo non sono riuscito a reperire notizie più recenti sulla Foxconn, ma un’indagine condotta da China Labor Watch dal 2013 al 2015 negli stabilimenti di un’altra grande azienda su cui Apple si appoggia, la Pegatron, demolisce qualunque speranza potesse essere sorta dalla nostra ignoranza: stipendi di $1,85 all’ora, 60 ore settimanali di lavoro, letti dei dormitori infestati da insetti, assenza della più basilare informazione sulla tossicità dei materiali con cui si entra in contatto nella catena di montaggio, falsificazione di documenti e mancanza della minima preparazione professionale del personale appena assunto.

Ma anche volendo, cosa potremmo permetterci di sperare? Che un giorno queste masse di schiavi infelici si liberino, ottengano migliori condizioni di vita e di lavoro, riescano a comprarsi gli iPhone che assemblavano sputando sangue e si uniscano cantando alla grande festa del capitale globale? Ma allora dov’è che le grandi aziende come Apple, ma potremmo nominare tranquillamente anche Nike o Timberland, per cambiare settore, andranno a cercare nuova miseria da sfruttare? Perché se la domanda crescerà ma le condizioni di lavoro in questi paesi miglioreranno (il che è senza dubbio umanamente auspicabile) bisognerà pure spostarsi e cercare nuovi eserciti di pezzenti da asservire, agitando i lecca-lecca dello sviluppo  e “del realizzare i propri sogni”, per mantenere alti i profitti e l’altra metà del mondo paciosamente soddisfatta, curiosa di provare app sempre più nuove e sempre meno utili. Senza squilibrio, senza plusvalore non si va avanti.

Chissà che, a lungo andare, dopo grandi trasformazioni, non ricada proprio su noi occidentali progrediti e ricchi l’onere di tornare umilmente in fabbrica, produrlo e contribuire con disinteresse alla felicità mondiale. Magari mentre guardiamo sul maxischermo aziendale, nella nostra pausa pranzo di 30 minuti, il profeta dell’innovazione di turno che sfoggiando una dolcevita come nella migliore tradizione sponsorizza il suo nuovo e incredibile prodotto, invitandoci ad “essere affamati, essere folli”. Chissà che non ci verrà da ridere pensando che fame e follia sono la nostra realtà quotidiana.

Da: QUI

Autore: Luca

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