Carceri italiane al collasso: pene sempre piu' lunghe e spazi ridotti

(Venezia)ore 20:01:00 del 31/07/2019 - Categoria: , Cronaca, Denunce, Sociale

Carceri italiane al collasso: pene sempre piu' lunghe e spazi ridotti

Sono 60.522 al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane, un aumento di 867 unità negli e di 1.763 nell’ultimo anno

IL DEGRADO DELLE CARCERI ITALIANE - Il tasso di sovraffollamento è pari al 119,8%, ossia il più alto nell’area dell’Unione Europea, seguito da quello in Ungheria e Francia. A dirlo è il rapporto “Numeri e criticità delle carceri italiane nell’estate 2019” di Antigone, che mette in evidenza tutti i limiti del sistema penitenziario italiano attuale. Soprattutto per quanto riguarda il sovraffollamento che, spiega Antigone, qualora dovesse rispettare tale progressione “nel giro di quattro anni ci troveremmo nella stessa situazione che produsse la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti Umani nel 2013”. 

IL DEGRADO DELLE CARCERI ITALIANE - “Il Ministero della Giustizia – scrive Antigone - precisa che: i posti disponibili nelle carceri italiane (50.496) sono calcolati sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto + 5 mq per gli altri, lo stesso per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni, più favorevole rispetto ai 6 mq + 4 più i servizi sanitari stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Però il Ministero non tiene conto delle sezioni chiuse temporaneamente per ristrutturazioni. A Como, Brescia, Larino, Taranto siamo intorno a un tasso di affollamento del 200%, ossia vivono due detenuti dove c’è posto per uno solo”. 
Diversi i temi fotografati dal rapporto. Tra questi le condizioni nelle quali vivono i detenuti.
“Nel 30,3% delle carceri da noi visitate abbiamo trovato celle dove non erano garantiti i 3 metri quadri a detenuto”. Tra le carceri visitate nel 2019, nelle seguenti vi erano celle con spazi inadeguati rispetto alla giurisprudenza europea: Como, Napoli Poggioreale, Palmi, Roma Regina Coeli, Taranto, Velletri, Rebibbia femminile, Pozzuoli femminile, Siracusa, Alessandria San Michele. 

IL DEGRADO DELLE CARCERI ITALIANE - Scarseggiano gli spazi verdi dove incontrare figli e parenti. In oltre il 10% dei casi il carcere non è raggiunto dai mezzi pubblici. E nel 65,6% delle carceri non è possibile nemmeno avere contatti con i familiari via Skype, nonostante la stessa amministrazione e la legge lo prevedano. Le attività scolastiche, poi, sono ormai ridotte al lumicino. Circa 100 persone detenute nella casa circondariale di Rebibbia non potranno frequentare alcun corso scolastico a causa di un insufficiente numero di classi rispetto alle domande di iscrizione. E nella provincia di Cosenza oltre 300 detenuti fatto invano richiesta di partecipazione alle attività scolastiche. «Ciò vuol dire che quelle persone detenute resteranno con ogni probabilità a oziare in cella», spiegano da Antigone. Questo nonostante nell’ordinamento penitenziario, riformato nello scorso ottobre dall’attuale Parlamento, si legge che “sono agevolati la frequenza e il compimento degli studi universitari e tecnici superiori, anche attraverso convenzioni e protocolli d’intesa con istituzioni universitarie e con istituti di formazione tecnica superiore”.

Altra nota dolente: il lavoro in carcere. Le strutture che collaborano con aziende private sono solo l’1,8%. E nel 28% degli istituti non ci sono altri datori di lavoro oltre l’amministrazione penitenziaria. Anche la formazione professionale non vede numeri migliori: nel 2019 i detenuti coinvolti nei corsi di formazione sono appena il 7,8% dei presenti, mentre ben nel 28% degli istituti visitati non è presente alcun corso di formazione.

Senza dimenticare che in carcere «si muore troppo»Dei 94 detenuti morti nei primi sei mesi del 2019, i suicidi sono stati 26. E in alcune carceri si muore più che in altre. Ben sei i morti nel carcere napoletano di Poggioreale dall’inizio dell’anno, di cui quattro nell’ultimo mese. E poi due a Taranto, Genova Marassi e Milano San Vittore.

Se nel 2003 su ogni cento stranieri residenti regolarmente in Italia l’1,16% degli stessi finiva in carcere, oggi la percentuale è scesa allo 0,36%

Quanto agli ingressi in carcere, nel primo trimestre del 2019 si conferma una tendenza alla diminuzione. E – contrariamente agli allarmi lanciati sui crimini compiuti dagli stranieri – si registra invece una riduzione degli ingressi di detenuti immigrati dal 42,1% dei primi sei mesi del 2018 ai 41,1% dello stesso periodo di quest’anno. I detenuti stranieri oggi sono il 33,42% della popolazione reclusa. Erano il 33,95% sei mesi fa e il 35,19% sei anni fa. Se nel 2003 su ogni cento stranieri residenti regolarmente in Italia l’1,16% degli stessi finiva in carcere, oggi la percentuale è scesa allo 0,36%.

Nonostante i nuovi ingressi siano di meno, i detenuti però continuano a crescere, soprattutto a causa dell’aumento della durata delle pene inflitte. Ad oggi, il 43,5% delle persone presenti in carcere è stato condannato a una pena tra i cinque e i 20 anni, mentre solo il 4,4% sta scontando una pena breve. Gli ergastolani sono passati dai 1.707 della metà del 2017 (di cui 97 stranieri), ai 1.726 del 30 giugno 2018 (98 gli stranieri), ai 1.776 di oggi (110 gli stranieri). Il 35% del detenuti ha un’imputazione per violazione della legge sulle droghe che, in alcuni casi, si somma ad altri reati. Il 55% è in carcere per reati contro il patrimonio. Il 40,5% per reati contro la persona.

Ma oltre uno su tre (31,5%) è in carcere in custodia cautelare, senza una condanna definitiva. Un dato in decrescita rispetto a un anno fa, quando la percentuale era al 33,5%. Ma ancora troppo alto: nell’area della Ue solo Belgio e Danimarca hanno percentuali più alte. Risultato: il 15,8% dei detenuti è in carcere in attesa del primo giudizio.

Una cifra che salta all’occhio è anche quella relativa al luogo di nascita dei detenuti. Il 44% del totale proviene per nascita da Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Se sommiamo gli stranieri e i detenuti provenienti dalle quattro regioni meridionali, siamo al 77% del totale dei detenuti. Se aggiungiamo anche i detenuti provenienti da Sardegna, Basilicata, Abruzzo e Molise, si supera l’80%. Tutto il resto del Paese, tendenzialmente più ricco, produce un quinto della popolazione detenuta, pur costituendo circa i due terzi dell’“Italia libera”. Un dato che rivela quanto la condizione socio-economica incida sui percorsi criminali.

Oltre mille detenuti sono analfabeti, di cui ben 350 italiani: in Italia gli analfabeti sono lo 0,8%, in carcere la percentuale raddoppia. I laureati sono poco più dell’1% (698). «Investire sull’educazione e sul welfare costituisce una forma straordinaria di prevenzione criminale», si legge nel rapporto. «Nei tempi brevi non produce consenso. Nei tempi lunghi produce sicurezza».

Autore: Sasha

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