Adozioni gay: cosa sapere

NAPOLI ore 11:40:00 del 18/02/2016 - Categoria: Cronaca, Denunce, Editoria - Figli

Adozioni gay: cosa sapere

Appena il bambino nasce viene consegnato a lei. La madre surrogata non appare nemmeno, il figlio è suo!

Il costo di un ovocita varia da 6mila a 20mila dollari per quelli di serie A, ossia appartenenti a donne particolarmente intelligenti e belle. È la donatrice che decide il prezzo del suo ovocita. La gestante che porterà il bambino è selezionata con criteri rigorosissimi: solo una su dieci supera la batteria dei test e ottiene il permesso di entrare a far parte dell’équipe delle madri surrogate.

Si chiama «Baby Bloom-Omogenitorialità» ed è l’agenzia internazionale con sede a Londra che propone un pacchetto completo di maternità surrogata e che ha organizzato una sessione informativa sulle proprie attività a Bruxelles il 29 gennaio: quella che sui media belgi è stata presentata come una vera e propria ‘fiera’ nonostante gli organizzatori fossero prudenti, temendo la curiosità dei giornalisti e le reazioni di attivisti contrari a queste derive.

Dopo varie manovre riesco a concordare un incontro per le 17.30 nella hall di un hotel di lusso del centro di Bruxelles, appuntamento al quale però nessuno si presenta. Nel bar varie coppie gay si aggirano nervosamente guardandosi attorno con aria sperduta. Rientro a casa molto contrariata e invio una email di fuoco all’organizzatrice. La risposta non si fa attendere, scuse ufficiali, promesse di sconti se farò tutta la procedura con la loro agenzia nonostante l’incidente, e soprattutto la giustificazione dell’assenza: giornalisti ed ‘estremisti’ avrebbero invaso la hall del bell’albergo, e i nostri sono stati costretti a darsela a gambe. «Hanno persino cercato di filmarci con una telecamera nascosta…», mi confida Xiomara, la persona con cui avevo preso appuntamento e che continuerà a essere il mio contatto per l’organizzazione Baby Bloom.

«Ma alla nascita del bambino cosa accade?», chiedo. «Lei dev’essere presente, e assiste al parto se lo desidera – risponde la mia interlocutrice –. Appena il bambino nasce viene consegnato a lei. La madre surrogata non appare nemmeno, il figlio è suo! – mi rassicura, con un sorriso –. Bisognerà che lei resti negli Usa almeno un mese, il tempo che il bambino riceva un passaporto». «In questo caso – azzardo io – posso avere il latte della gestante per nutrirlo?». «Sì, se la madre surrogata è d’accordo può comprare il suo latte. Va però specificato nel contratto. Altrimenti ci sono le banche di latte materno, in America ce ne sono molte».

Un lampo di uManità anche nell’universo di Baby Bloom? L’impressione è però destinata a evaporare mano a mano che mi vengono spiegate le diverse fasi del processo. «Lavoriamo con due cliniche, una in California e l’altra nel Nevada – dice l’emissaria –. Le cliniche hanno le loro donatrici d’ovuli, scegliere una di loro è il sistema più economico. Se invece lei ha delle esigenze specifiche e vuole lavorare con una di sua fiducia il prezzo aumenta».

Per terminare la conversazione provo con una battuta: «Caspita, la garanzia di bambini perfetti… è un sogno! ». Xiomara è pronta: «Certo, i problemi sorgono solo quando c’è un concepimento normale, non con i nostri bambini. Se io resto incinta di mio marito, ad esempio, non ho nessuna garanzia che non ci saranno problemi, che il bambino cioè sarà sano. Capisce?». «Sì, capisco », e aggiungo con convinzione:  «Questa è la riproduzione del futuro…». «Esatto!» – mi risponde lei con uno smagliante sorriso. Bisogna disporre di 140mila euro, però: tale è il costo finale dell’operazione che abbiamo appena concordato. Ma, si sa, aumentando la domanda anche i prezzi diventeranno più abbordabili… «Le mando subito una copia del contratto », promette la bella Xiomara. Io passo e chiudo. Devo bere qualcosa di forte, a questo punto.

Mi rendo conto allora di essere l’unica cronista che sia riuscita a dribblare la sorveglianza di questi personaggi che dicono di avere come unico scopo quello di «permettere a ognuno di avere una famiglia». Evidentemente il mio personaggio di donna non più in età fertile, che ha lavorato troppo nella vita ma adesso vuole un figlio, è sembrato loro degno di fiducia. Mi viene fatta la proposta di riprendere il contatto su skype dopo il week end, ed effettivamente il mercoledì successivo, 3 febbraio, nel pomeriggio, ha luogo la sospirata conversazione.

La mia interlocutrice è una giovane e bella signora di origini spagnole. Molto cordialmente entriamo in argomento: io mi presento come aspirante mamma che ha passato l’età per avere figli e ha un grande amico gay disposto a donare il seme per aiutarla a realizzare il suo sogno di maternità. Xiomara mi spiega per filo e per segno tutto il processo seguito dalla sua organizzazione:  donatrice d’ovuli e madre surrogata sono rigorosamente americane. L’azienda non ha alcun business con l’India, la Thailandia, il Nepal o altri Paesi poveri: «Troppi problemi – mi spiega –, molti bambini non nascono sani perché le madri sono sotto-alimentate e le condizioni igieniche disastrose». E cosa succede ai bambini che nascono, allora?, chiedo. «Vengono abbandonati e questo è triste».

Non a caso, la ‘fiera’ proponeva in realtà unicamente sessioni di informazione in forma privata. E allora, perché non provare a farsi passare per potenziali clienti? Ma farsi ricevere è complicato, un vero slalom per chi non fa parte dell’ambiente per il quale lavora l’agenzia: l’unica maniera di stabilire il contatto e chiedere un appuntamento è tramite l’apposita pagina Facebook.

Le tariffe di queste donne variano fra i 25mila e i 40mila dollari a gestazione. Le più care sono quelle che hanno già portato in grembo il figlio di qualcun altro, perché «hanno esperienza», spiega la mia bruna interlocutrice. A quel punto mi lancio e chiedo: «Ma quali garanzie potete darmi che il bambino sarà perfetto? Io non voglio un bambino handicappato…». «Lei – mi viene risposto – stipulerà un contratto con la clinica e riceverà la garanzia scritta che il bambino sarà perfetto. Non c’é pericolo». «E se nonostante tutto viene concepito un embrione imperfetto?», insisto. «Un embrione imperfetto non viene trapiantato – mi rassicura Xiomara – e se l’imperfezione si manifesta più tardi viene interrotta la gravidanza. Lei ha l’assoluta garanzia di ricevere un bambino in perfetta salute». E aggiunge: «Desidera che venga impiantato un unico embrione o due?». «Direi due – rispondo –, mi pare più sicuro». «Naturalmente vi sono costi aggiuntivi». Naturalmente.

Autore: Carmine

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