(Firenze)ore 22:37:00 del 22/06/2019 - Categoria: , Denunce, Politica

PROMESSE CONTRATTO GOVERNO CAMBIAMENTO - Nel creare un esecutivo con il Movimento Cinque Stelle, il leader della Lega, Matteo Salvini, aveva specificato che non si trattasse di un'alleanza politica, ma di un "contratto di governo su punti specifici". Ad un anno dall'insediamento giallo-verde a palazzo Chigi, Pagella Politica ha pubblicato "Traccia il Contratto", un report che verifica se le promesse fatte dal governo siano effettivamente state mantenute.

Definito anche "promessometro", il progetto del sito dedicato al fact-checking politico ha preso in esame 317 impegni presi da Lega e M5S e per ognuno di questi ha compilato una scheda che spiega nel dettaglio ciò che è stato realizzato e ciò che è invece non è ancora andato oltre le parole.
Oltre che dai numeri e dalle fonti ufficiali, ogni promessa è anche affiancata da un verdetto riassuntivo per cui può essere: mantenuta, non mantenuta, in corso oppure compromessa, nel caso in cui l'esecutivo abbia fatto l'opposto rispetto a quanto indicato alla firma del contratto. In generale, al momento sono state realizzate 37 promesse, quasi il 12% di quelle fatte. Ciò significa che è stato portato a termine un impegno preso ogni dieci giorni: procedendo con lo stesso ritmo, indica Pagella Politica, a fine legislatura verrebbe completato circa il 60% di quanto riportato nel contratto. Per quanto riguarda invece 129 promesse, circa il 40%, il governo ha preso qualche provvedimento o ha iniziato una discussione in sede di Parlamento, ma è ancora distante da una conclusione definitiva. Per quasi la metà degli impegni presi, cioè 143 questioni, non è ancora stato fatto niente, mentre su 8 punti, il governo ha fatto il contrario di quanto assicurato, "compromettendo di fatto il rispetto della parola data agli italiani". Ma vediamo nello specifico queste promesse.

PROMESSE CONTRATTO GOVERNO CAMBIAMENTO -Dall’analisi del contratto a guidare l’esecutivo infatti non è mai stato il tanto sbandierato cambiamento, ma esclusivamente l’impatto sull’elettorato delle proprie azioni. È sulla base di questi criteri che si è scelto cosa fare, cosa non fare e quali impegni tradire. Secondo il Promessometro, le promesse non mantenute dal governo in questo primo anno di mandato sono 143, quasi la metà dei 317 impegni presi con gli italiani. Alcuni macrotemi sono stati praticamente ignorati dall’esecutivo, come è quello della tutela ambientale, uno dei pilastri della piattaforma programmatica del M5S sin dalle sue origini, oggi del tutto dimenticato. La mappatura delle strutture a rischio amianto, l’introduzione di una filiera corta nella gestione dei rifiuti, l’aumento dei fondi per le imprese impegnate nel riciclo, la mobilitazione per ridurre lo spreco di suolo, l’impegno per la riqualificazione dell’Ilva di Taranto: sono tutti temi accantonati da un governo che si definiva verde per l’impronta pentastellata. Un caso di amnesia altrettanto grave è stato registrato relativamente alle riforme sul risparmio, dove a oggi il 70% delle promesse del contratto non è stato mantenuto. Nessun passo avanti è stato fatto rispetto alla tanto sbandierata intenzione di creare una banca italiana per gli investimenti, così come è stata dimenticata la revisione del sistema di bail-in definita un tempo come prioritaria. Anche di Monte dei Paschi e della rinegoziazione degli accordi di Basilea non si è più parlato. Stessa sorte è toccata al capitolo dedicato all’Unione europea, con 8 promesse su 11 del contratto di governo non rispettate, mentre nel capitolo dedicato all’Università e alla ricerca le “non mantenute” sono oltre l’80%.

PROMESSE CONTRATTO GOVERNO CAMBIAMENTO -C’è per esempio il capitolo dell’Iva: nel contratto si prometteva di bloccare le clausole di salvaguardia, causa dell’aumento dell’Iva e delle accise. Come spiega Pagella Politica, “si tratta di uno strumento utilizzato dai governi per rispettare l’ordine del bilancio statale e gli impegni presi con l’Europa. Dall’ultimo governo Berlusconi in poi, ogni esecutivo ha promesso agli investitori che, se entro l’anno successivo non si fossero trovati maggiori entrate o minori spese in altro modo, l’Iva sarebbe aumentata automaticamente”. Nella legge di Bilancio 2019, da una parte si prevede la copertura di queste clausole e dall’altra si confermano per il prossimo biennio quelle di salvaguardia previste dai governi precedenti, introducendone anche di nuove. L’Iva ordinaria rischia di aumentare fino al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021, mentre quella ridotta potrebbe passare dall’attuale 10 al 13% nel 2020. Mentre il governo, soprattutto nelle vesti di Salvini, conduceva la sua battaglia mediatica contro la pressione fiscale – anche in queste ultime settimane di campagna elettorale per le europee – nella realtà dei fatti apriva la strada al suo possibile aumento. A gennaio scorso il ministero dell’Economia e delle Finanze ha stimato una crescita dal 41,9 al 42,3% (+0,4%) della pressione fiscale durante lo scorso anno. Calcoli rivisti il mese scorso, con la stima che la pressione aumenterà fino al 42,7% nel 2020 e nel 2021. Le riforme in ambito fiscale, cavallo di battaglia prima e dopo l’insediamento del governo del primo giugno scorso, non si sono viste, mentre la pressione fiscale continuerà a crescere per stessa ammissione dell’esecutivo.

Scorrendo il contratto per il governo del cambiamento siglato con il M5S, si legge che “è opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia”, una delle fisse di Salvini. Eppure da quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte rappresenta l’Italia al Consiglio dell’Unione europea, le sanzioni sono state prorogate all’unanimità sei volte, l’ultima delle quali il 15 marzo 2019. In tema di sicurezza, poi, il governo si era impegnato nel contratto ad adeguarsi agli standard internazionali sulla protezione umanitaria, ma con il decreto sicurezza dell’autunno scorso ha eliminato i permessi di soggiorno umanitari, una delle tre forme di protezione previste per i richiedenti asilo. “L’Italia si è adeguata alla disciplina dei permessi di soggiorno degli altri Paesi europei”, ha affermato l’esecutivo senza nessun riscontro con la realtà: sono 25 i Paesi che oggi prevedono la concessione della protezione umanitaria, di cui 21 membri dell’Unione europea. Piuttosto che allinearsi all’Europa, l’Italia se ne è allontanata con una misura che ha sollevato diversi dubbi di incostituzionalità e che ha avuto l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato, aumentando il numero degli irregolari presenti nel Paese con migliaia di persone costrette a vivere in strada. È scomparsa dalle priorità del governo anche la revisione in senso restrittivo delle norme che riguardano l’imputabilità, la determinazione e l’esecuzione della pena per il minorenne, che invece con il decreto legislativo 121/2018 sono state allentate, prevedendo un minor ricorso al carcere per gli under 18 e il ricorso più frequente a misure alternative – con un cambio di rotta reso necessario dalle polemiche che questo punto del contratto di governo aveva suscitato nell’opinione pubblica.

Per giudicare l’operato dei primi dodici mesi dell’esecutivo gialloverde bisogna considerare l’impatto che aveva sull’opinione pubblica. È stato questo il parametro di base della sua azione legislativa e dei criteri nel decidere cosa fare, cosa non fare e quali impegni non rispettare. Il reddito di cittadinanza è la promessa che più di ogni altra ha garantito il successo del M5S alle politiche del 4 marzo. Tradirla sarebbe stato un suicidio politico, motivo per cui tutte le forze sono state concentrate sulla sua approvazione, ignorando le numerose problematiche emerse in questi mesi. Dal lato leghista si è visto un ragionamento simile su Quota 100, legittima difesa e stretta sull’immigrazione, che Salvini ha saputo sfruttare per garantirsi il successo alle elezioni europee.

Il primo anno del governo gialloverde è stato anche caratterizzato da promesse confuse, che lasciano ampio margine di azione. Pagella politica nella sua analisi del contratto ha sottolineato la vaghezza di diversi punti. In diverse occasioni si è assistito all’annuncio di misure poi subito ritirate, di fronte alla rabbia popolare. Dalla eco tassa sulle auto all’escamotage del rapporto deficit/Pil, passato dal 2,4% al 2,04%, secondo un modus operandi basato sulla necessità di fidelizzare l’elettorato, specialmente in termini di comunicazione. Questo spiega anche la quota così alta di promesse non mantenute nei primi dodici mesi di mandato, soprattutto su impegni che in molti casi avrebbero portato un costo per la cittadinanza e che si è preferito non affrontare. La quasi totale assenza di provvedimenti riguardanti la banca degli investimenti e del risparmio rientra probabilmente nella scelta di evitare provvedimenti impopolari. In altri casi lo stallo può essere stato strategico: in ambito europeo, ad esempio, soprattutto la componente leghista del governo ha più volte sottolineato la necessità di riformare il regolamento di Dublino sulla gestione dei flussi migratori. Eppure la stessa Lega non ha quasi mai presenziato alle discussioni sulla riforma, ostacolando la possibilità di un cambiamento nella direzione voluta. Il mantenimento del tanto criticato status quo è utile in campagna elettorale per fare propaganda contro un’Europa che lascia l’Italia sola nel gestire l’immigrazione.

 

Autore: Luca

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